Sono il Circolo PRC-FdS di Torri di Quartesolo (VI). Sono nato il 25 settembre 2011, da un gruppo di compagni indignati, che si prefigono di cambiare lo stato delle cose atuali. Il mio scopo è di farmi portavoce delle vertenze dei movimenti cittadini che riguardano il territorio nord-est vicentino, (Quinto Vicentino, Monticello ConteOtto, Longare, Grumolo delle Abadesse, Caldogno, Bolzano Vicentino, Camisano Vicentino). Affronto tematiche in campo ambientale e sociale e faccio mie le lotte per
Stefano Galieni, www.liberazione.it
Omeyya Seddik è tra gli attivisti più noti della "Federazione dei tunisini per una cittadinanza fra le due rive". Di passaggio alla Stazione Termini ha ascoltato le storie dei ragazzi che cercano
di varcare la frontiera francese ed ha un'idea ben chiara delle ragioni che li spinge a tentare il viaggio. «Partono perché la gente ha diritto di andare e venir come vuole. Muoversi non può
essere possibile solo per gli occidentali. Poi ci sono ragioni strutturali e congiunturali. C'è una divisione della produzione del lavoro mondiale con conseguente flusso di manodopera verso
l'Europa che è incontestabile. Ci sono difficoltà economiche in Tunisia, condizioni di lavoro e di reddito poco attraenti e condizioni di vita e di retribuzione inaccettabili. C'è poi un enorme
squilibrio demografico. Aggiungo che con la rivoluzione tunisina e il conflitto in Libia si è in pieno marasma economico. Le zone del sud est da cui sono partiti molti ragazzi della prima ondata
vivevano grazie all'economia di scambio transfrontaliero e il turismo. Con la guerra sono saltate decine di migliaia di reclutamenti stagionali per la Libia. I loro genitori dicono "siete stati
bravissimi, avete fatto cadere Ben Alì ma ora come mangiamo?". Secondo me la partenza è una continuità della rivoluzione. Le persone vogliono meno ingiustizie. Il Mediterraneo deve essere un mare
di tutti non il "nostrum" dei romani. E' un'anomalia il fatto che ci sia una metà che ha il diritto di andare e venire e un'altra no. La crisi dell'Europa segna quella di un sistema che non può
continuare. Siamo all'inizio dell'esportazione della rivoluzione».
Qual è ora la situazione in Tunisia?
La caduta di Ben Alì è solo il primo passo di un cambiamento e si è aperta una via politica per preparare l'elezione di una assemblea costituente che si terrà il 24 luglio. Il governo provvisorio
è contradittorio. Ci sono tecnocrati, forze in armonia con la dinamica rivoluzionaria ed elementi di restaurazione. Il governo non è eletto e non ha nessuna legittimità popolare. Una debolezza
positiva e voluta. Nella istituzione transitoria di contrappeso che ha sostituito il parlamento e che si chiama "Alta istanza per la difesa degli obiettivi della rivoluzione, della riforma
politica e della transizione democratica", sono rappresentate le forze politiche che erano contrarie a Ben Alì, il sindacato, la società civile, le regioni, i gruppi che hanno partecipato
all'insurrezione. Questa Alta Istanza ha preparato le elezioni della Costituente e la nuova legge elettorale: un proporzionale integrale, con lista bloccata, senza preferenze e l'alternanza
uomo-donna obbligatoria. Una proposta accettata anche dai partiti islamici.
E invece la situazione sociale?
La situazione è fragile e precaria e nulla è scontato. Il Paese dipende molto dall'Occidente. Non abbiamo risorse naturali, l'economia poggia su esportazioni e turismo. Se i partner continuano a
renderci meno facile la vita potrebbero contribuire ad indebolire la rivoluzione.
Il governo italiano ha fatto una pessima figura in Tunisia, pensando di potersi imporre come nel passato
Siamo molto orgogliosi di come sono andate le cose. Quando sono arrivati Frattini e Maroni, il governo tunisino non aveva ancora una linea. Si credeva che avrebbe preso decisioni in continuità
col regime. Alcuni ministri italiani avevano già fatto dichiarazioni offensive e bellicose per ragioni di propaganda interna credendo che per i tunisini sarebbe stato indifferente. La reazione
popolare, invece, ha sorpreso anche noi. Insieme ad altre associazioni abbiamo incontrato il nostro ministro dell'interno, che poi è cambiato, aprendo una campagna per la difesa dei diritti dei
migranti e per il rifiuto di questo tipo di rapporto neo coloniale. La campagna ha avuto un'eco a livello nazionale enorme; per tre giorni i tg delle tv tunisine aprivano con le nostre richieste.
E' nato un cantiere per definire nuovi rapporti con l'Europa non solo sull'immigrazione ma partendo dall'idea che un processo democratico concerne anche la politica estera e l'immigrazione.
Quando sono arrivati i ministri italiani il governo non ha potuto non tenere in conto l'opinione pubblica. Li abbiamo sorpresi. Berlusconi ha salvato la faccia con i permessi temporanei e
riportando il conflitto nell'Ue, ma Frattini e Maroni hanno fatto una figura pessima. Secondo me dopo l'emergenza costruita artificialmente a Lampedusa che vi ha danneggiato, Maroni dovrebbe
essere cacciato. Non fa neanche gli interessi del governo.
Però i rimpatri collettivi proseguono.
Quando è tornata la commisssione tecnica è stata tenuta per alcuni giorni segreta una parte degli accordi. Ora si accettano rimpatri, non più di 60 al giorno. Noi li consideriamo illegali: non
c'è alcun esame individuale, c'è infrazione delle leggi europee e della Convenzione di Ginevra. Qualcuno ha lavorato in maniera sporca, lasciando una pesudo presenza consolare a Lampedusa fatta
da persone legate al vecchio regime. Stiamo preparando i ricorsi insieme ai nostri partner italiani dell'Asgi.