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di Bruno Steri
E' ormai assordante il frastuono della nostrana grancassa mediatica, schierata a favore di un deciso e immediato intervento militare in Libia. Emblematico, in proposito, l'editoriale di Franco
Venturini sul Corsera di ieri, giovedì 10 marzo, che si propone addirittura come ancor più realista del re: infatti «fornire armi agli insorti», «attuare un blocco navale», «rendere più severe le
sanzioni già adottate» sarebbero «tutte misure che hanno in comune una sostanziale inutilità nel breve termine». Il quotidiano di punta della nostra borghesia ha già l'elmetto in testa: quello
che occorre è un intervento diretto che impedisca a Gheddafi di utilizzare la sua aviazione. Bando agli indugi, bisogna imporre una no-fly zone: ipotesi che - ammette l'editorialista - «comporta
l'uso della forza militare».
Ci risiamo dunque ed è sempre lo stesso tragico film: prevalgono su tutto - in particolare, sul principio di non ingerenza e sul diritto dei popoli alla propria autonomia e indipendenza - gli
interessi dell'Occidente e delle sue compagnie petrolifere. Lo dice senza peli sulla lingua lo stesso Venturini: l'Europa non può «bruciare la grande occasione geopolitica che le viene offerta
dalle rivolte nordafricane». E l'Italia non deve limitarsi a concedere le sue basi: quando c'è da conquistare il proprio posto al sole, non è utile «nascondersi dietro la patente di ex potenza
coloniale e rimanere per questo a guardare». La ricerca di una strada incruenta, complicata ma nient'affatto impossibile (soprattutto se concordemente promossa dalla cosiddetta comunità
internazionale), la paziente negoziazione di un cessate il fuoco che costituisca la premessa per la riattivazione di un'interlocuzione tra le parti, sono per definizione scartate: si ritiene
«sorprendente» persino che il ministro degli Esteri portoghese, su mandato Ue, abbia acconsentito a ricevere uno dei tre emissari inviati da Gheddafi in via del tutto esplorativa.
In realtà, il quadro appare alquanto più complicato di quanto non lasci intendere una tale vis interventista.
Un fulmine. Non che il cielo sulla Libia fosse sereno, ma l'uscita della presidenza francese, ieri, ha lasciato interdetti molti partner europei.
Per Parigi i referenti politici in Libia da ieri sono ufficialmente i ribelli di Bengasi, non più il governo di Tripoli. Sulla scalinata dell'Eliseo il presidente francese Sarkozy si è fatto
fotografare mentre stringeva le mani a due rappresentanti del nuovo autoproclamato Consiglio ad interim di Bengasi. «Dobbiamo aprire un dialogo con i nuovi rappresentanti libici», ha spiegato il
ministro degli esteri francese Alain Juppe. Parigi e Bengasi si scambieranno così gli ambasciatori, un gesto puramente politico, ha precisato in una nota l'ufficio del presidente francese, senza
alcun fondamento nel diritto internazionale.
E mentre la Francia - che alle Nazioni Unite è promotrice, con la Gran Bretagna, della bozza che dovrebbe imporre la no-fly zone - rendeva pubblica la sua posizione, a Bruxelles si stava
lavorando a ulteriori sanzioni economiche contro il regime del colonnello, che entrano in vigore oggi. L'Ue ha congelato nuovi asset libici europei, proprietà di cinque istituti finanziari.
Particolarmente dura la Germania, che ha bloccato milioni di euro, ma che rimane tiepida, se non negativa, sull'imposizione della no-fly zone sulla Libia.
Nell'incontro dei ministri degli esteri di ieri è stato proprio il britannico William Hague a stigmatizzare con una battuta la posizione del collega francese Juppe: «Noi riconosciamo stati, più
che gruppi all'interno degli stati». A chiarire il clima generale con cui è stata accolta l'iniziativa di Parigi ci ha pensato poi il ministro degli esteri belga Steven Vanackere: «Di certo non
ha trovato consensi, piuttosto il contrario. Sono state espresse molte riserve, e anche esplicite reazioni negative». Particolarmente delicata, grazie alla sortita francese, è diventata la
situazione dei Paesi bassi, che hanno ancora l'ambasciata di Tripoli in piena attività per tentare di arrivare alla liberazione di tre militari rapiti durante l'evacuazione di un gruppi di
cittadini olandesi il 27 febbraio a Sirte, roccaforte del colonnello.
Sicuramente tutte le questioni aperte ieri dalla Francia saranno ridiscusse anche oggi, nel vertice dei capi di stato e di governo, a cui parteciperà Berlusconi. L'Italia, dopo l'imbarazzante
ondeggiamento diplomatico dei primi giorni di rivolta, oggi ha tutto l'interesse a non condurre il dibattito internazionale, per non esporsi troppo e rovinare la posizione privilegiata con la
Libia. Fonti anonime hanno annunciato che Sarkozy proporrà oggi ai colleghi azioni militari mirate e limitate contro la Libia. Praticamente l'inizio di una guerra alle porte dell'Europa, proprio
quello che non vuole assolutamente la Germania.
Sono comunque sempre più intensi i contatti delle potenze occidentali con i ribelli. Lo stesso ministro degli esteri britannico Hague ha riferito di aver parlato telefonicamente con Mahmoud
Jabril, inviato speciale del Consiglio nazionale di transizione libico. Anche gli Usa stanno intraprendendo iniziative diplomatiche ai massimi livelli per capire che faccia abbiano gli
oppositori. La segretaria di stato Clinton ha annunciato che presto incontrerà membri dell'opposizione, sia negli Stati Uniti che nel suo viaggio in Egitto e Tunisia, previsto per la settimana
prossima.
Ieri intanto i ministri della difesa dei paesi Nato si sono riuniti per discutere l'imposizione della no-fly zone, l'area di non sorvolo. Che prima però, si è ribadito, dovrebbe essere approvata
dal consiglio di sicurezza dell'Onu. E mentre alle Nazioni Unite rimangono negative le valutazioni sulla no-fly zone di Cina e Russia - entrambe potenze con diritto di veto in consiglio -, ieri
il segretario generale della Nato Anders Fogh Rasmussen ha annunciato che l'Alleanza si sarebbe accordata per inviare nelle acque internazionali del Mediterraneo più navi militari, pronte a ogni
occasione. La Nato ha anche iniziato a sorvegliare con propri aerei Boeing E-3 lo spazio aereo libico per monitorare gli spostamenti dei jet di Gheddafi. Mosse «assurde» per la Turchia.
Il regime libico è sempre più alle strette, e i tentativi di dialogo con alcuni paesi mediterranei - mercoledì l'inviato di Gheddafi Mohamed Tahir Siala ha incontrato il ministro degli esteri
portoghese Amado e ieri due ufficiali del governo greco - sembrano non avere futuro.