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Sono il Circolo PRC-FdS di Torri di Quartesolo (VI). Sono nato il 25 settembre 2011, da un gruppo di compagni indignati, che si prefigono di cambiare lo stato delle cose atuali. Il mio scopo è di farmi portavoce delle vertenze dei movimenti cittadini che riguardano il territorio nord-est vicentino, (Quinto Vicentino, Monticello ConteOtto, Longare, Grumolo delle Abadesse, Caldogno, Bolzano Vicentino, Camisano Vicentino). Affronto tematiche in campo ambientale e sociale e faccio mie le lotte per

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PER UN DIBBATTITO NEL PARTITO

 

Ricostruire il partito comunista

La grande crisi capitalistica irrisolta, destinata a durare a lungo, spinge le classi dominanti verso soluzioni di destra sia sul versante economico-sociale che su quello politico-istituzionale.

Nella debolezza strutturale del capitalismo italiano, caratterizzato dalla distruzione del settore pubblico delleconomia, dalla esiguità della grande industria, dalla prevalenza della piccola impresa basata su bassi salari, super-sfruttamento, lavoro sempre più precario, le classi proprietarie scelgono larroccamento a difesa dei propri privilegi.

La manovra di Tremonti colpisce gli interessi popolari, non intacca rendite e redditi elevati.

Il modello Marchionne richiede piena libertà di manovra, totale potere sulluso della forza-lavoro, annullando il contratto nazionale collettivo e le tutele previste dallo Statuto dei lavoratori. Contro la Fiom, che ha colto il significato politico dellattacco padronale, è schierato un blocco proprietario che va ben al di là della compagine berlusconiana e comprende, oltre i sindacati filo padronali, anche unampia area del PD.

Lattacco alla Costituzione intende smantellarne, insieme con gli elementi portanti della forma di repubblica parlamentare fondata su un sistema elettorale proporzionale puro, i capisaldi economico-sociali.

Laggressione alla magistratura e allautonomia dei diversi poteri dello Stato, la controriforma dellUniversità, i tagli allistruzione e alla formazione, la destrutturazione più in generale del mercato del lavoro, configurano un progetto di società antidemocratica, basata sempre più sulla precarietà sociale e civile.

Le resistenze e le lotte sociali, che dalle fabbriche alle scuole, dalle periferie allUniversità, si sviluppano in Italia sono in gran parte prive di una sponda politica, e del Partito comunista quale intellettuale e organizzatore collettivo in grado di elaborare e realizzare una strategia democratica e progressiva, volta al socialismo, quale unica reale alternativa alla crisi attuale del sistema. Ciò implica una radicale inversione di rotta nel nostro Paese, facendo della difesa e rilancio integrale della Costituzione la base del programma politico, con la ripresa dellintervento pubblico in economia e della programmazione democratica sotto controllo operaio e popolare.

I comunisti, che nei decenni seguiti alla lotta di Liberazione hanno espresso una grande forza politica, sociale, culturale, determinando alcune fondamentali conquiste sociali, vivono oggi una situazione di estrema difficoltà, in crisi di militanza, di partecipazione, di progetto strategico, privi anche di rappresentanti nel parlamento italiano ed europeo.

L'esigenza di ricostruzione di un partito comunista nel nostro paese si impone a tutte le avanguardie più coscienti delle lotte operaie, popolari, studentesche per dare direzione, organizzazione e prospettive ai conflitti sociali e politici.

Diciamo partito comunista, che è cosa diversa da una generica forza di sinistra anti-capitalistica, perché un partito di comunisti, tra le altre cose, avverte l'esigenza di una teoria rivoluzionaria costruita con rigore e scientificità (e come tale mai dogmatica, ma in continuo sviluppo); perché una coscienza comunista e di aspirazione al socialismo non si forma spontaneamente nei movimenti sociali di lotta, per quanto radicali, ma ha bisogno del partito come suo intellettuale collettivo; perché, tanto più in una fase di crisi profonda del sistema capitalistico su scala planetaria, vanno esplicitate le finalità generali e la dimensione internazionale della lotta per il socialismo e il comunismo. Perché questa prospettiva può vivere nell'Italia e nell'Europa di oggi solo se le avanguardie dei movimenti sociali in lotta diventano consapevoli del carattere sistemico della crisi e maturano una visione mondiale della lotta per il socialismo.

Alle comuniste e ai comunisti comunque collocati - a quelli che come noi sono o sono stati in vario modo militanti, dirigenti, sostenitori dell'esperienza ventennale di Rifondazione, o che ad essa hanno guardato con interesse - la condizione drammatica in cui si trova il movimento comunista in Italia, a rischio di dissoluzione, richiede di esprimersi senza reticenze: il progetto originario di

Rifondazione è giunto al capolinea. Dopo lo scioglimento del Pci non sono state gettate le fondamenta adeguate su cui ricostruire un nuovo partito comunista allaltezza dei tempi.

La maggioranza del gruppo dirigente bertinottiano, nel corso degli anni, ha demolito limpianto teorico e strategico comunista. Il congresso di Chianciano del PRC (2008) aveva alimentato molte speranze e, tra chi sottoscrive questo documento, vi è anche chi è stato determinante per aprire una nuova stagione, chiedendo un significativo cambio di rotta. Non solo questa discontinuità non cè stata, ma a pochi anni di distanza ritroviamo un partito ancora più debole, incerto ed in piena crisi di identità.

Prendiamo atto che la fragilità e l'eterogeneità delle basi strategiche originarie di Rifondazione hanno dato vita a fratture e scissioni ed ora, a ventanni di distanza, quel che rimane è un assemblaggio eclettico, dove gli scontri e le battaglie correntizie hanno prodotto una grave degenerazione della vita interna. L'assenza di un pensiero forte condiviso e di un collante ideologico sufficientemente solido, ha impedito a questo partito di reggere alle pressioni determinate dai grandi tornanti della storia. A fronte di reiterate richieste di uninversione di rotta, il gruppo dirigente sembra voler ripercorrere gli stessi, micidiali, errori.

Per tutte queste ragioni, anche se sappiamo bene che in Rifondazione continuano a militare molte compagne e compagni che sentiamo idealmente vicini e con cui vogliamo tenere aperta l'interlocuzione, non riconosciamo più in questa esperienza politica un fattore propulsivo per la ricostruzione del partito comunista in Italia.

Negli ultimi tre anni, molti tra i firmatari di questo documento, hanno lavorato per questo obiettivo ed hanno chiesto, o sperato, che anche il PRC nel suo insieme se ne facesse carico. La risposta è stata sconfortante: chi non ha manifestato aperta ed ostile contrarietà, ha semplicemente rimosso il tema dallagenda e dal dibattito politico. Si sono così ignorati appelli di singoli iscritti, interi circoli o ex militanti e si è rimosso il fatto che su questa questione sono state promosse, dal basso, decine e decine di iniziative in tutto il territorio nazionale. Anche quando cè stato un timido richiamo di alcuni allunità dei comunisti, questo veniva vissuto più come un problema di natura organizzativa che politica, e, comunque, alle dichiarazioni non è mai seguito un singolo atto concreto.

Centinaia di migliaia di compagne/i sono passati attraverso lesperienza di Rifondazione per poi uscirne; molti di essi vivono una condizione di “diaspora”, da potenziali militanti senza organizzazione. E tempo di offrire anche a loro una sponda.

Se non si compiono i primi passi concreti in questa direzione, rompendo ogni indugio e tatticismo e avviando una prima fase aggregativa, l'ulteriore deriva e lo smarrimento di migliaia di militanti comunisti diventa inevitabile.

Siamo consapevoli che la crisi è complessiva e che non ci sono “isole felici”. Limiti ed errori hanno segnato pure lesperienza del PdCI, ma essi sono oggetto di un ripensamento, come nel caso della riflessione autocritica sulla partecipazione al governo della guerra contro la Yugoslavia. Il suo gruppo dirigente ritiene che non esistano oggi le condizioni e i rapporti di forza per governare col centrosinistra e prende atto dellinvoluzione reazionaria dell'Unione europea, valutando che ciò non era scontato in altre fasi. E non è privo di significato che esso non abbia ripudiato la storia del movimento comunista del „900, né condotto campagne ostili verso altri partiti comunisti o paesi ad orientamento socialista, né abbia sostenuto il progetto della “Sinistra Europea” (che ha gravemente diviso i comunisti in Europa) e, diversamente da altri, abbia respinto lidea di un partito organizzato in correnti.

Sappiamo che il PdCI non rappresenta la soluzione della questione comunista in Italia. Sono i suoi dirigenti per primi a riconoscerlo. Ma il fatto che il suo gruppo dirigente abbia assunto il progetto della ricostruzione di una nuova forza comunista unita ed unitaria, e oggi avanzi la proposta di avviare, nei prossimi mesi, una fase congressuale aperta - capace di dare vita ad un vero e proprio cantiere per la “ricostruzione del partito comunista” - determina una situazione nuova.

Facciamo appello a tutti i lavoratori, gli studenti, i disoccupati - consapevoli della gravità della crisi e dell'urgente necessità del partito comunista - a sostenere in tutti i modi possibili questo processo, nelle forme che ognuno riterrà più opportune.

 

 

 

 

Un appello sbagliato

  Claudio Grassi

Domenica 6 febbraio il manifesto ha ospitato in una pagina a pagamento un appello dal titolo "Ricostruire il Partito Comunista". In calce all'appello sono state raccolte mille firme. Scorrendo i nomi risulta chiaro che l'iniziativa politica è promossa dai compagni e dalle compagne del Prc che si riconoscono nella rivista de l'ernesto. L'iniziativa, nei suoi contenuti, non è nuova. Circa due anni fa vi fu un tentativo analogo ("Comunisti Uniti") che raccolse un numero più vasto di firme, ma, come è noto, il tentativo naufragò poiché sorsero divisioni tra chi aveva sottoscritto l'appello stesso.
Come ho avuto modo di scrivere in altre occasioni, un progetto di costruzione di un partito che si basa sulla parola d'ordine dell'unità dei comunisti non ha alcun senso. Tra le varie formazioni e micro-formazioni comuniste italiane vi sono tante e tali differenze di progetto politico e di riferimenti culturali che risulta impensabile metterle assieme In effetti l'appello che è uscito domenica non propone più l'unità dei comunisti, ma, di fatto, la confluenza nel Pdci.

Si tratta di un errore politico grave che non aiuta quello che, invece, a mio parere, è diventato un obiettivo non solo giusto, ma praticabile: la riunificazione del Prc col Pdci nell'ambito del progetto di costruzione della Federazione della Sinistra e, più in generale dell'unità a sinistra.
L'appello infatti rinuncia all'obiettivo di unificare i due partiti poiché ne individua uno come più comunista (il Pdci) e ne scarta un altro poiché i firmatari «non ne riconoscono più il fattore propulsivo per la ricostruzione del partito comunista in Italia» ( il Prc). L'esito di questa impresa, qualora andasse avanti, sarebbe a mio giudizio disastroso. Per due motivi.
In primo luogo un progetto unitario dei comunisti che inizia senza il coinvolgimento del partito comunista più grande, anzi organizzando una scissione in esso, non ha alcuna credibilità. E' vero che in tutti questi anni le scissioni sono state fatte in nome dell'unità! Ma si sono visti anche i risultati! Sarebbe ora di smetterla. La credibilità agli occhi di quei referenti di cui nell'appello si parla - in particolare le lavoratrici e i lavoratori - sarebbe pari a zero! La prima cosa che direbbero sarebbe questa: "già siete ridotti ai minimi termini! Un'altra divisione? Tornate il prossimo giro".
In secondo luogo non si capisce proprio il senso politico di questa operazione. A oltre 12 anni dalla scissione del Pdci, mai come in questa fase i due partiti si sono riavvicinati e mai come in questa fase è diventato realistico, al punto di essere concretamente realizzabile, la loro riunificazione. Che senso ha oggi, alla vigilia di due congressi - quello del Prc e quello del Pdci (entrambi si terranno nel 2011) che discuteranno anche questo tema della riunificazione - proporre una mini-scissione dal Prc al Pdci? L'esito non può essere che alimentare diffidenza e ostacolare il progetto unitario.
Infine anche il progetto della Federazione della Sinistra ne risulterebbe indebolito. Che credibilità ha un processo federativo nel quale tra i due soggetti principali si organizzano scissioni?
Per queste ragioni penso che l'appello sia sbagliato e che non vada sostenuto.
Per quanto ci riguarda occorre proseguire con ancora maggiore determinazione sugli obiettivi che ci siamo dati.
La costruzione della Federazione della Sinistra, come primo passo verso la riunificazione della sinistra di alternativa in un soggetto politico. Dopo anni di divisioni, o riusciamo in questa impresa o non saremo credibili nei confronti di quei movimenti (16 ottobre, scuola, acqua bene comune) che hanno tenuto aperta una speranza di cambiamento.
Dentro al percorso federativo, che dobbiamo tenere sempre aperto anche ad altre forze di sinistra, qualora queste si rendessero disponibili, vanno riunificati - come ho detto al congresso della Federazione della Sinistra - i due partiti comunisti. Non ha più alcun senso che restino divisi, visto che oltre a presentarsi assieme alle elezioni, concordano su tutte le principali iniziative.
Questi sono gli obiettivi che ci farebbero fare passi in avanti. Sono alla nostra portata. Le scissioni tra i comunisti, come si è visto in tutti questi anni hanno prodotto un solo risultato: indebolire i comunisti stessi.

 

 

Mini-scissione e premura di fondersi

 

Gianluigi Pegolo

Sulla mini scissione dell'Ernesto non c'è molto da dire. Dal punto di vista della consistenza basta scorrere l'elenco dei sottoscrittori per coglierne l'effettiva portata, che resta molto modesta. Dal punto di vista delle motivazioni, essa risulta del tutto priva di credibilità. Pensare che oggi sia possibile ricostruire un partito comunista uscendo da Rifondazione Comunista e aderendo al Pdci risulta semplicemente ridicolo. Su questo sono d'accordo con quello che ha scritto Claudio Grassi su Liberazione, ma il mio accordo si ferma qui perché per il resto le argomentazioni contenute in quell'articolo non mi sembrano per nulla convincenti. L'errore fondamentale che viene attribuito al gruppo dell'Ernesto starebbe nel rinunciare all'unificazione fra i due partiti comunisti per percorrere la via dell'entrismo nel Pdci. Con ciò si creerebbe, fra l'altro, una fibrillazione nelle relazioni fra i due partiti e all'interno della Federazione. Una scelta improvvida, dunque.
La tesi esplicita è che, invece, bisogna porre la questione dell'unificazione dei due partiti fin dal prossimo congresso. A me pare che con questa impostazione si finisca, di fatto, nel ricadere nello schema politico da cui muove la stessa scelta dell'Ernesto. E cioè quella secondo la quale la questione fondamentale sia oggi quella dell'unificazione di Prc e Pdci, a prescindere da cosa siano effettivamente questi partiti, della loro cultura politica, delle loro posizioni e delle loro pratiche. Nel caso dell'Ernesto tutto si risolve nel richiamo a una storia comune e al ritorno all'ortodossia. La stessa scelta di aderire al Pdci sarebbe motivata alla maggior sensibilità di questo partito al tema dell'unità dei comunisti, oltrechè dalla sua coerenza. Nelle posizioni di Grassi vi è una sorta di pragmatismo organizzativista: che senso hanno più partiti comunisti?...se ci unificassimo potremmo semplificare i problemi organizzativi… potremmo essere più numerosi ...e via dicendo. Le cose non stanno assolutamente così. In primo luogo mi chiedo: se fosse vero che i due partiti sono così simili e che vi è un'evidente tensione unitaria, per quale motivo il gruppo dirigente del Pdci ha appoggiato in questi mesi l'iniziativa del gruppo dell'Ernesto? Erano del tutto sconosciute al Pdci le intenzioni scissionistiche di questo gruppo? Con che credibilità il Pdci può proporre al Prc l'unificazione e poi civettare prima e accogliere poi nelle proprie fila i promotori di una scissione dal partito fratello? Un minimo di chiarezza spetta a questo punto al gruppo dirigente del Pdci, ma anche a chi in Rifondazione comunista si fa paladino della proposta di unificazione.
Ma veniamo alle questioni di sostanza. Dalle elezioni del 2008 in poi dovrebbe ormai essere chiaro che un'opzione comunista in questo paese per ottenere consensi ha bisogno di una rilegittimazione che va costruita sulla base di una capacità di innovazione e di fortissima connessione sociale. Non solo, essa ha bisogno di caratterizzarsi per la sua diversità rispetto al degrado della politica e la tendenza allo scivolamento in un tatticismo senza principi in cui i contenuti dell'azione politica finiscono con l'essere irrilevanti. Nasce da qui l'alleantismo senza principi e il tentativo di trovare una legittimazione nel governo anziché nel consenso sociale.
Il tema che quindi va posto al centro della nostra riflessione è dunque questo: come ridare slancio oggi a un'opzione comunista, dimostrandone la sua attualità? Porre come centrale al prossimo congresso la questione dell'unificazione del Prc con il Pdci significa, invece, inevitabilmente mettere in secondo piano questa esigenza e privilegiare un approccio organizzativo. Significa dare per scontato che differenze evidenti fra Prc e Pdci, sul piano della concezione del partito, della politica internazionale, dei rapporti con i movimenti, delle relazioni con il centro sinistra, siano irrilevanti e quindi incamminarsi verso un'unificazione il cui esito più probabile sarebbe il ripiegamento sull'esaltazione dell'identità, da un lato, e sull'accentuazione di un profilo moderato, dall'altro.
Né si può far finta di non vedere quali effetti avrebbe un'operazione simile sulla neonata Federazione della sinistra. Chi scrive ha espresso in più occasioni la propria insoddisfazione per come si è proceduto alla costituzione della Federazione. Mi chiedo tuttavia: si può ragionevolmente ritenere che abbia senso una federazione costituita per il 90-95% da un solo partito? Per inciso mi chiedo anche: se la Federazione muoveva dal riconoscimento che esistevano delle differenze che impedivano la formazione di un partito unico, cosa è cambiato da allora per spingere all'unificazione delle sue maggiori forze?
Ho l'impressione che alla fine il processo a cui si pensa porti a un solo risultato: un nuovo soggetto meno credibile di quelli esistenti e, pertanto, esposto al rischio di nuove diaspore e la definitiva decomposizione di quel po' di schieramento unitario che fino ad ora siamo riusciti a costruire. L'unica vera alternativa credibile è la ripresa di un percorso teso alla "rifondazione" del pensiero e di una pratica comunista sul quale tutti possano cimentarsi e confluire, ma senza l'ipoteca di unificazioni accelerate, e la costruzione di un polo di sinistra alternativa (altro grande tema che mi pare stia diventando sempre più urgente) sul quale far cimentare la neonata Federazione, liberandola dal paralizzante ostacolo di una gestione pattizia, priva di un'effettiva progettualità politica.

 

 

 

 

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