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Sono il Circolo PRC-FdS di Torri di Quartesolo (VI). Sono nato il 25 settembre 2011, da un gruppo di compagni indignati, che si prefigono di cambiare lo stato delle cose atuali. Il mio scopo è di farmi portavoce delle vertenze dei movimenti cittadini che riguardano il territorio nord-est vicentino, (Quinto Vicentino, Monticello ConteOtto, Longare, Grumolo delle Abadesse, Caldogno, Bolzano Vicentino, Camisano Vicentino). Affronto tematiche in campo ambientale e sociale e faccio mie le lotte per

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Milano: Quella della Ma-Vib, sembra una storia dell'800, ma è tutto vero. C'è crisi, licenziamo “solo” le donne. Succede alla Ma-Vib di Inzago

Uomini salvi, tagliamo solo le donne, così possono stare a casa a "curare i bambini". Così avrebbero ragionato i vertici della Ma-Vib di Inzago, nel Milanese, stando alla denuncia delle Fiom, nel motivare il licenziamento di 10-13 operaie. L'azienda, che produce motori elettrici per impianti di condizionamento, ha trenta dipendenti, per la maggior parte operai. Di questi, 12 sono maschi, 18 femmine. "Lo 'scorporò per genere è obbligatorio, in questo caso", fa notare un comunicato del sindacato. Invece, si spiega, "l'illuminato gruppo dirigente aziendale, per fronteggiare un calo produttivo, ha deciso prima di mettere in cassa integrazione per brevi periodi (senza accordo sindacale) le operaie (solo donne) e poi di annunciare il licenziamento di 10-13 lavoratori, scegliendoli di sesso rigorosamente femminile". L'annuncio dei licenziamenti risale a ieri, mentre stamane le lavoratrici hanno scioperato e tenuto un presidio davanti alla fabbrica. "La motivazione della selezione - raccontano dalla Fiom - dichiarata in sede Api (al cospetto di una funzionaria dell'associazione datoriale) è davvero brillante: 'Licenziamo le donne così possono stare a casa, curare i bambini, e poi, comunque quello che portano a casa è il secondo stipendiò". "Fermo restando che lo stato di famiglia delle lavoratrici della Ma-Vib è affare solo loro - commenta il sindacato -, al 'no ai licenziamenti comunquè, si aggiunge l'indignazione per il becero, offensivo e discriminatorio atteggiamento dell'azienda".

 

Fabio Sebastiani, www.liberazione.it Fabio Sebastiani
La Ma-Vib è una piccola impresa a conduzione famigliare diretta da nonno, padre e nipote. Insomma, il maschilismo è un marchio aziendale. Stavolta, però, hanno voluto strafare. E così quando si è trattato di "ristrutturare" gli organici, per un totale di 30 tute blu, hanno scritto nero su bianco che ad andare fuori dovevano essere le donne, peraltro in maggioranza (18 addette). Un segnale chiaro che per «le casalinghe con la seconda busta paga», come le definisce la Ma-Vib, le cose si stavano mettendo male era già arrivato con la cassa integrazione. Quando pochi giorni fa si è trattato di passare alla fase della mobiltà la proprietà, rappresentata dalla "triade", ha dichiarato di avere intenzione di voler licenziare le donne «così possono stare a casa a curare i bambini e poi, comunque, quello che portano a casa è il secondo stipendio». Non solo, per dare a tutta la vicenda un accento decisamente più padronale, l'azienda ha rifiutato una precisa proposta del sindacato basata sui contratti di solidarietà. Un'alternativa c'era quindi. La scelta è stata precisamente quella di licenziare le donne.
Pronta la risposta del sindacato che ieri ha organizzato uno sciopero al quale hanno partecipato le diciotto donne e altri cinque uomini. L'mmancabile "crumiraggio fisiologico" non poteva che riguardare una sparuta minoranza di uomini, «due dei quali - fanno sapere i rappresentanti sindacali della Fiom - hanno una parentela con la proprietà».
«L'illuminato gruppo dirigente aziendale per fronteggiare un calo produttivo ha deciso prima di mettere in cassa integrazione per brevi periodi (senza accordo sindacale) le operaie (solo le donne) e, oggi (mercoledì scorso, ndr)), di annunciare il licenziamento di 10-13 lavoratori scegliendoli rigorosamente di sesso femminile», si legge in un comunicato della Fiom. «La motivazione della selezione, dichiarata in sede Api (al cospetto di una funzionaria dell'associazione datoriale) è davvero brillante», conclude in modo ironico il sindacato dei metalmeccanici della Cgil.
Invischiata nelle sabbie mobili della crisi, l'impresa, fondata 25 anni fa da Ivaldo Colombo, ancora in plancia di comando, 5 milioni di fatturato, 30 dipendenti, finora era ricorsa solo agli ammortizzatori sociali. «Anche perché la situazione non è mai stata davvero drammatica», sottolinea Fabio Mangiafico di Fiom Milano. Una commessa per produrre impianti di raffreddamento di distributori automatici nell'Europa nord occidentale aveva dato ossigeno all'attività.
Dieci fa mesi, in 14 erano finiti comunque in cassa integrazione ordinaria, tutte donne, tranne uno. «Un'anticipazione di quello che stava per accadere», dice ora il sindacalista rileggendo i fatti. Ieri pomeriggio, nella sede di Api (Associazione piccole medie imprese), al tavolo delle trattative ci sono tutti: sindacati, associazioni di categoria e proprietà. È qui che l'amministratore delegato della società comunica la decisione.
Le donne candidate al licenziamento alla Ma-Vib di Inzago hanno tra i 30 e i 40 anni, e sono inquadrate come operaie nel montaggio dei motori. La decisione pare irrevocabile, anche se attraverso la sua segreteria il titolare dell'azienda fa sapere che «sulla questione preferisce tacere». Nella mattinata di ieri i lavoratori dell'azienda hanno tenuto un breve presidio di protesta.
Nel frattempo la polemica sta montando. Tra gli altri, è intervenuta anche l'amministrazione provinciale di Milano, che ha convocato i sindacati per «approfondire la situazione». «Quella messa in atto dall'azienda - afferma l'assessore provinciale alle Pari opportunità, Cristina Stancari - se confermata è un'azione gravissima, che denota una totale mancanza di rispetto e un atto di discriminazione nei confronti delle donne».
«Una pericolosa deriva sessista, che non può e non deve trovare spazio nel mondo del lavoro», aggiunge il consigliere regionale della Regione Lombardia Giulio Cavalli (Idv). «Questo atteggiamento - continua Cavalli - non è solo un insulto di stampo medioevale, ma anche un preoccupante segnale di discriminazione sociale». «La Ma-Vib ha consapevolmente calpestato la dignità di tutte le lavoratrici e si è posta in netto contrasto con i principi della nostra Carta Costituzionale. Mi auguro - conclude il consigliere regionale - che ci sia quanto prima un ravvedimento da parte dell'azienda e che i suoi dirigenti escano dalle primitive categorie sociali ottocentesche».

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