Sono il Circolo PRC-FdS di Torri di Quartesolo (VI). Sono nato il 25 settembre 2011, da un gruppo di compagni indignati, che si prefigono di cambiare lo stato delle cose atuali. Il mio scopo è di farmi portavoce delle vertenze dei movimenti cittadini che riguardano il territorio nord-est vicentino, (Quinto Vicentino, Monticello ConteOtto, Longare, Grumolo delle Abadesse, Caldogno, Bolzano Vicentino, Camisano Vicentino). Affronto tematiche in campo ambientale e sociale e faccio mie le lotte per
di Giovanni Russo Spena
La festa del 2 giugno ha assunto, quest'anno, una solennità particolare, anche per la ricorrenza dei 150 anni del'unità nazionale. Ma la retorica, profusa a piene mani, ha teso ancora una volta a rimuovere i problemi. Continuo a pensare, innanzitutto, che il 2 giugno sia una proiezione del 25 aprile, della liberazione dai nazisti e dai fascisti. Va ricordato tanto più oggi, quando il Pdl propone, in parlamento, che agli ex repubblichini siano corrisposti gli stessi riconoscimenti dati agli ex partigiani. E rivendico la contestazione delle parate militari con critiche di segno antimilitarista, pacifista, ambientalista, in giorni in cui, calpestando l'art. 11 della Costituzione, l'esercito italiano è impegnato in una guerra coloniale e imperialista; e in giorni in cui i funzionari responsabili della "macelleria" attuata al G8 di Genova dieci anni fa salgono ulteriormente i gradini di alti incarichi nella pubblica amministrazione italiana.
La retorica del 2 giugno non può farci dimenticare che il Paese è all'interno di un tornante storico complesso; lo è anche a livello europeo. E' in atto da anni un processo di abbandono
della Costituzione da parte del sistema politico italiano. Il pluralismo politico e istituzionale è strangolato dal bipolarismo maggioritario; le regole sono, ogni giorno, svalutate;
viene attaccata l'autonomia dei poteri costituzionali; è debole, anche a livello di massa, la concezione del costituzionalismo quale sistema organico di vincoli e di controlli
all'espressione dei poteri costituiti. Viene, in definitiva, delegittimata, all'interno di una "rivoluzione passiva", la stessa democrazia costituzionale, organizzata e conflittuale.
"Poteri selvaggi", scrive giustamente Luigi Ferrajoli, che illustra, in maniera del tutto condivisibile, la crisi della democrazia italiana citando Kelsen: «L'idea di democrazia implica
l'assenza di capi». In un paese come l'Italia, che ha conosciuto il fascismo (e che conosce oggi, non a caso, populismo e plebiscitarismo) «l'idea stessa del capo quale espressione della
volontà popolare è un'insidia micidiale per il futuro della democrazia».
Le parate retoriche del 2 giugno sono statiche, sono pura stabilizzazione di un potere autoritario in crisi; noi dobbiamo cogliere l'occasione per destabilizzare, per pensare e costruire l'innovazione anche sul piano costituzionale. I conflitti sociali che crescono nella società (di cui dobbiamo costruire i nessi progettuali unitari); le piazze indignate, a Madrid come a Siviglia, a Parigi, ad Atene e, qui da noi, a Milano, Napoli, Cagliari ecc.; il senso di liberazione degli stessi risultati elettorali alludono ad un grande tema di fondo. Siamo ad un bivio: i diritti politici, di civiltà, di libertà, i diritti sociali, soprattutto, devono costruire una griglia di poteri e contropoteri che individui un nuovo spazio pubblico autogestito. Non possiamo perdere l'occasione della crisi del regime per imporre due paradigmi costitutivi: da un lato, la "messa in sicurezza" della Costituzione (la Costituzione non si tocca; e occorre tornare al profilo di rappresentanza proporzionale che da essa è postulato; dobbiamo rilanciare una lotta intelligente per una legge elettorale proporzionale che parta anche dalle contraddizioni presenti in tutte le forze politiche italiane). In secondo luogo, è urgente non vivere di politicismi o di piccoli cabotaggi centristi, ma delineare un profilo alto di modello di società di alternativa. La campagna referendaria ci dà questa possibilità: perché attiene alla democrazia, alla giustizia uguale per tutti e ai beni comuni (acqua, ma anche formazione, sapere, lotta alla precarietà) come visione alternativa di società. Qui passa una discriminante di fondo: la destra vuole privatizzare tutto, dalla giustizia, al territorio, alle spiagge; noi proponiamo una idea altra di pubblico socializzato, in cui i beni comuni siano "indisponibili" anche da parte delle amministrazioni, perché sono materie non mercificabili, che ripropongono l'attivizzazione sociale dei valori d'uso. La politica, per ritrovare dignità ed autorevolezza sociale, deve saper ricollegare anticapitalismo e quotidianità del conflitto e del mutualismo. Non ci piacciono le parate retoriche di una presunta "conciliazione nazionale"; la Costituzione si difende costruendo i percorsi della trasformazione. Liberazione 3 giugno 2011 |
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