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Sono il Circolo PRC-FdS di Torri di Quartesolo (VI). Sono nato il 25 settembre 2011, da un gruppo di compagni indignati, che si prefigono di cambiare lo stato delle cose atuali. Il mio scopo è di farmi portavoce delle vertenze dei movimenti cittadini che riguardano il territorio nord-est vicentino, (Quinto Vicentino, Monticello ConteOtto, Longare, Grumolo delle Abadesse, Caldogno, Bolzano Vicentino, Camisano Vicentino). Affronto tematiche in campo ambientale e sociale e faccio mie le lotte per

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GGP di Castelfranco: la "Pomigliano veneta" ha portato a nuove casse integrazioni

 

  Scritto da Lorenzo Zamponi, in Carta Estnord, di martedì 22 giugno 2010

 

C'è una Pomigliano anche in Veneto, e ha prodotto solo nuove casse integrazioni.

 

Il modello che la Fiat di Sergio Marchionne vuole far passare tramite l'accordo per lo stabilimento di Pomigliano d'Arco è semplice: un limpido ricatto agli operai, costretti a scegliere condizioni di lavoro pesantissime e a una limitazione del diritto di sciopero e del diritto alla salute garantiti dalla Costituzione e del contratto nazionale.

 

Ma se è la prima volta che il pretesto della crisi e la minaccia della delocalizzazione vengono utilizzati per attaccare i diritti dei lavoratori in un grosso stabilimento industriale e tradizionalmente attivo come la Fiat di Pomigliano, non mancano i precedenti nel Nordest delle sperimentazioni aziendali spericolate.

 

Di un esempio ci eravamo occupati anche noi di Estnord, nel marzo del 2009: allora fu la Ggp di Castelfranco Veneto, ex Castelgarden, storica azienda locale produttrice di trattorini rasaerba, rilevata da una grossa multinazionale, a proporre ai suoi dipendenti un accordo contrario alla legge e al contratto di lavoro nazionale.

 

L'accordo, sottoscritto da Fim e Uilm con il dissenso della sola Fiom, prometteva allo stabilimento un investimento di almeno 24 milioni di euro fino al 2012, in cambio di una deroga alla norma che prevede l'assunzione obbligatoria a tempo indeterminato dei lavoratori a termine che hanno raggiunto la soglia dei 3 anni di lavoro continuativo nella stessa azienda. Solo 95 dei lavoratori che avevano maturato quel diritto furono assunti a tempo indeterminato (part time), mentre per gli altri il precariato continuò.

 

Allora a far notizia, fino ad attirare l'attenzione dei media nazionali (Anno Zero dedicò un collegamento in diretta alla vicenda) fu soprattutto l'accusa di razzismo: il 55% dei dipendenti della Ggp, infatti, era straniero, e la quota era maggiore tra i 450 lavoratori con contratto a termine che tra i 550 a tempo indeterminato. Ma, a parte questo dato, l'analogia con Pomigliano è evidente: un ricatto sulla pelle dei lavoratori, costretti a rinunciare ai propri diritti sanciti dalla legge sotto la minaccia della delocalizzazione.

 

E il parallelismo diventa inquietante se si ricorda come è andata finire la vicenda Ggp: ad agosto, pochi mesi dopo l'accordo, l'azienda mandò in cassa integrazione 530 dipendenti a tempo indeterminato, e la minaccia della delocalizzazione, nonostante il ricambio ai vertici dello stabilimento, resta in piedi. Poche settimane fa è stato annunciato un nuovo ricorso alla cassa integrazione, che costringerà gli operai a casa per tutta l’estate, e tra i lavoratori girano voci di prepensionamenti e trasferimento della produzione in Cina.

 

Gli accordi, insomma, non durano in eterno, e svendere i propri diritti per paura della delocalizzazione non garantisce assolutamente che il pericolo sia scongiurato. Anzi, ci dice la storia della Ggp, una volta accettata la logica del dumping sociale, non c'è più limite ai margini di profitto e arbitrio che possono essere esercitati sulle spalle dei lavoratori.

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