Di FdS, blog libera informazione comunista
Siamo alla guerra per bande. Dopo la sconfitta nel referendum, all'interno della maggioranza di governo siamo al tutti contro tutti. Una battaglia politica che
ruota soprattutto intorno al problema sollevato dal Cavaliere che ha portato a un fermo botta e risposta con la Lega: la riforma fiscale. Giulio Tremonti è uscito allo scoperto: tre aliquote
Irpef e cinque imposte in tutto, è l'impalcatura che ha in mente ma l'intero Centrodestra è alla resa dei conti. La riforma di Tremonti non si può però pensare di fare in situazione di deficit,
né tantomeno sconquassando il bilancio dello Stato, ma potrà essere avviata anche e soprattutto grazie a risparmi importanti che arriveranno dal taglio dei costi della politica. Tremonti ha
scelto l'assemblea di Confartigianato per scoprire le prime carte sulla sua idea di fisco del futuro. E forse per mettere sul tavolo la propria candidatura alla guida di un governo
post-Berlusconi. Le "sberle" degli elettori, però, ancora bruciano. Soprattutto dalle parti di Pontida, dove prevale l'idea che è ora di "rinsavire" e accelerare quelle "scelte coraggiose" che
gli italiani esigono. La Lega lo reclama e, in attesa che Bossi detti la linea domenica dal palco di Pontida, i segnali si fanno sentire a Roma: dai rifiuti, alla scuola, passando per le ganasce
fiscali, i leghisti non sono più disposti a concedere sconti, e iniziano a fissare i loro paletti. Come scrive oggi in prima pagina la Padania: la riforma del fisco "è inderogabile". Dalle parti
del Pdl si cerca di recuperare fiato e prendere un po' di tempo. Il responso referendario "non indica che gli elettori desiderino un cambio di governo" ma che "hanno protestato contro una parte
di programma ancora inattuato e espresso il loro disagio per una prospettiva economica e sociale non rasserenante", scrive, in una lettera pubblicata dal Corriere della Sera, il ministro delle
Infrastrutture Altero Matteoli, sottolineando che ora la maggioranza deve "rimboccarsi le maniche per completare il programma", mentre l'opposizione ha poco da esultare visto che resta "divisa" e
senza "leadership". Ma le varie correnti del partitone berlusconiano già fremono. E l'insofferenza nei confronti dell'atteggiamento del Carroccio si fa sentire. Silvio Berlusconi "agli occhi
degli italiani oggi non rappresenta più il cambiamento e deve tornare a farlo". La Lega? "La smetta di chiamarsi fuori, della crisi attuale del centrodestra è forse la maggiore responsabile. Se a
Pontida ci attaccheranno sapremo reagire". Il sindaco di Roma Gianni Alemanno, sempre sul 'Corriere della Sera', invita la Lega a "smettere di usare questi toni, di porre aut aut". Secondo
Alemanno, infatti, "tra le cause che hanno portato alle difficoltà della maggioranza c'è proprio il loro atteggiamento: gli slogan gridati contro Roma e contro il Sud, le ostentate prese di
distanza in occasione delle celebrazioni dell'Unità d'Italia sono state dannose. Stiano più tranquilli: o si riflette insieme o sapremo come rispondere". Alemanno, però, si scaglia anche contro
"riforme fiscali improvvisate a scopo comunicativo" perché "non si risolvono i problemi tirando fuori il coniglio dal cilindro e non si fanno riforme senza risorse". Detto questo Tremonti "non
deve chiudersi sulle sue posizioni ma non può assolutamente essere lui il capro espiatorio delle difficoltà del governo". Berlusconi, infine, "farebbe bene ad ascoltare le critiche e ad aprire
una stagione completamente nuova. Fatta di riforma elettorale con primarie per legge, con il partito che va a congresso e che dimostra che il centrodestra esiste e che Berlusconi non ne è il
monarca". Il tempo, in effetti, stringe per Berlusconi che ha sette giorni (prima della verifica della maggioranza) per cercare di disinnescare le tante mine che rischiano di far saltare la
legislatura anticipatamente. L'attenzione è puntata sul nodo fiscale, punto su cui dovrebbe concentrarsi l'intervento del Cavaliere in Parlamento la prossima settimana. Le parole del ministro
dell'Economia Tremonti, malgrado vadano nel senso giusto, non sono ancora abbastanza. Al premier servono fatti per mitigare l'insoddisfazione che serpeggia nella base leghista e, dopo i
referendum, anche in quella pidiellina.