Le prime notizie sulla grande partecipazione e sullo spirito che animava giovani e meno giovani mi consolavano del fatto di non esserci potuto andare. Poi la
telefonata di mia figlia mi parlava di uno spintone che l’aveva fatta scendere dal marciapiedi e del successivo “signora, dobbiamo passare” rivoltole dal tizio in completino nero. Un linguaggio
strano per un black bloc, più consono a un infiltrato. Inevitabile tornare a Genova, alla strategia allora inaugurata, “reprimere con il consenso dell’opinione pubblica”. Come? Si lasciano
rompere vetrine e bancomat, bruciare automobili, e poi si attaccano violentemente i veri obiettivi, i manifestanti veri, quelli che si attengono a un comportamento pacifico, per convinzione o per
scelta.
Ma allora la lezione di Genova non è servita a niente? E chi avrebbe dovuto farne tesoro: i responsabili di allora che sono ancora tutti al loro posto, anzi hanno
cambiato ufficio salendo di un piano? Gli ufficiali che hanno aggiunto una stella alla mostrina o circondato quelle esistenti d’argento o d’oro? Certo che no. Sta qui la responsabilità
istituzionale. Fanno davvero un po’ pena i complimenti alle forze dell’ordine “perché poteva scapparci il morto”, come ha detto il ministro degli Interni. Che cosa risponde alla domanda più
semplice: sapevate che c’erano rischi, che cosa avete fatto per scongiurarli? E tutti quegli uomini in borghese che giravano, per niente invisibili: a controllare che cosa?
Le scene di Genova si riproducono, identiche nella loro assurdità. Sono sovrapponibili persino le fotografie, l’impugnatura della spranga che rompe la vetrina della
banca, il martello che manda in frantumi il finestrino dell’automobile mentre il compare getta benzina. Identica anche la scena del blindato dei carabinieri dato alle fiamme. Nessuno interviene a
difenderlo, si attende che gli occupanti scendano e poi via. Con un’aggravante rivoltante: sul retro ci scrivono “Carlo vive”. Palese l’intenzione di coprire un’impresa gaglioffa con il manto
della vendetta. Vergogna!
Stupisce che qualcuno si dedichi ad analisi sociologiche, che si parli ancora di pratiche diverse. Viene in mente quel “ciascuno ci sta con le sue modalità”, che
tentava di coprire le differenze e armonizzare le diverse anime del movimento, nell’illusione che la sacrosanta parola d’ordine del no alla globalizzazione potesse essere sufficiente. Genova
dimostrò che non era così, mi pare insensato riproporre quella illusione. Le logiche distruttive, la sottocultura ultras, non nascono spontaneamente, ci sono dietro un’organizzazione, dei
referenti. Non è difficile individuarli. Se non lo si fa è perché va bene così, ci si guadagna allarme e condivisione per una logica repressiva indiscriminata. Ma rendere inefficaci quelle
illogicità è anche compito delle strutture politiche, e può dipendere anche da quanti condividono le speranze e le giuste aspirazioni dei tanti giovani che erano a Roma.
Con la coscienza del diritto a resistere che deriva anch’esso dalla esperienza di Genova. Lo ha scritto nella sentenza la Corte d’appello che ha giudicato alcuni
manifestanti: assolti o condannati a pene minime cadute in prescrizione perché avevano reagito a cariche violente e ingiustificate dei reparti speciali dei carabinieri. Ecco, spaccare la vetrina
di una banca pensando di colpire il simbolo del capitalismo è un reato che va punito con equilibrio (e anche una idiozia, perché il giorno dopo aumentano le tariffe assicurative, strumento
indiscutibile della globalizzazione finanziaria!). Resistere a una carica violenta è un diritto.
E anche una pratica rispettabile. Carlo ci ha provato.