da Femminismo Sud
Io non conosco il rumeno. Conosco però la lingua delle donne. Ed è attraverso questa lingua che ci fa sorelle che ti parlo.
Ho mille cose da dirti e in effetti non so da dove cominciare. Potrei iniziare dal fatto che quando tu sei finita in coma in ospedale, su internet ho letto commenti che ti hanno insultata in tutti i modi. E sai perché? Perché davanti a un estraneo dal quale ti eri sentita offesa tu non eri stata zitta, passiva a occhi bassi ma hai risposto, l’hai guardato dritto negli occhi e sei stata punita per questo.
Sono convinta che deve essere stato quello sguardo fiero che il tuo aggressore non ha sopportato. Ci sono pochi uomini che tollerano una donna che li guarda dritto negli occhi mentre gli dice quello che pensa.
C’è perfino chi ha messo insieme parole a caso per farci sapere come si deve comportare una signora. Chè non deve affrontare un bulletto che la insulta ma deve trattarlo come si conviene. Come nel 1800 quando ad una battuta irrispettosa al massimo le donne rispondevano con un lieve rossore sul viso.
Infine ci sono i bravi italiani che non ti hanno soccorsa immediatamente e quelle “brave persone” che riportano le parole del tuo aggressore dato che le tue non potremo mai sentirle.
Povero figlio, andava per i fatti suoi, e ha creduto che tu avessi qualcosa nella borsa. E può giocare con questo trucco facendo leva su mille pregiudizi perché tu sei rumena e lui romano, perché tu sei una di quelle che a roma non le possono sopportare e lui invece è uno di quelli che fa numero allo stadio e che gli danno la bandiera per rappresentare la patria. La loro patria. Non la mia. Perché la mia patria è dove stai tu. In quel posto a metà tra cielo e terra. Con la convinzione di meritare rispetto e la consapevolezza che per guadagnarmelo devo rischiare la vita.
Ti potrei dire che in italia si sta combattendo una guerra. Se leggessi quello che certa gente scrive ti stupiresti di quanto possono essere orribili certi esseri umani. Chè sono sicura che da qualche parte c’è stato chi ha sperato che tu sopravvivessi perché la tua morte sarebbe stata una “sfortuna” per quel “povero ragazzo”, mica per te che te ne andavi o per la tua famiglia che t’ha perduto e non potrà mai più riaverti indietro.
Chi glielo spiega a tuo marito che la giustizia in questo paese ha due pesi e due misure e che se il tuo aggressore fosse stato rumeno l’avrebbero già condannato. Invece è un italiano, un cocco di mamma, un figlio della lupa e perciò bisogna dire che è stato sfortunato “povero fijo mio“. Come se tu fossi morta per fargli un dispetto. Un dispetto a lui, capisci? Per prenderti una rivincita su un tale che non t’ha lasciato difendere i tuoi diritti perché quando t’ha sentita parlare t’ha accoppata con un pugno.
C’è gente che ragiona solo attorno al proprio ombelico e lo vedi da queste cose. A te non ci pensa nessuno e per pensarci più da lontano in questi giorni sono tutti concentrati a cercare il marcio in una famiglia italiana, quella in cui è morta Sarah Scazzi, per vedere se alla patetica gara tra chi muore e chi ammazza, quelli che odiano le donne, nè più e nè meno che degli sciacalli che fino al giorno prima hanno insultato pure lei, possono segnare un punto. E chi se ne frega della bambina che è morta. E chi se ne frega del fatto che l’abbiamo già detto che nelle famiglie italiane gli assassini non se la cavano mai da soli. Chi se ne frega se la complicità e l’omertà sono un fatto proprio delle famiglie de noiantri. Quella dell’assassino di una bambinetta e quella più allargata degli italiani che fanno il tifo per il tuo assassino.
Ed è così che lo chiamo, senza timore, perché per me uno che procura la morte di un’altra persona è un assassino, e mi dispiace che tu sia capitata in questa guerra oscena che fa vittime su vittime senza che nessuna di noi sembra poterci fare niente. Mi dispiace che tu che avevi visto certamente tanta vita e avevi mille cose da insegnare e raccontare ti sia portata via ogni tuo sapere. Perché assieme a te hanno spento la ricchezza che avresti potuto regalarmi e di questo furto io non li perdonerò mai.
Ogni volta che rubano una vita, una esperienza, in effetti io mi sento espropriata di una cellula vitale. Quella che mi tiene in piedi e mi fa diventare migliore, quella che mi regala una prospettiva e mi fa guardare al futuro con l’energia di chi non si arrende.
Mi resta la rabbia, che capisco sia ben poca cosa rispetto a quello che prova tuo marito e la tua famiglia, che abbraccio tutti allo stesso modo, chiedendo scusa per questa italia maledetta alla quale tu hai lasciato tasse forse perfino per pagare la pensione del vecchio nonno del tuo assassino. Dove tu hai salvato vite senza interessarti della loro nazionalità. Dove hai lasciato la tua vita e dove hai lasciato anche me che delle donne fiere e orgogliose resto orfana.
Io non conosco il rumeno. Conosco la lingua delle donne. Ed è in quella lingua che ti dico che ovunque tu sarai io sfilerò con te in corteo per rivendicare con rabbia che almeno lì tu possa difenderti da un prepotente senza morire ammazzata per questo.
Ciao Maricica!
Ciao sorella!