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Sono il Circolo PRC-FdS di Torri di Quartesolo (VI). Sono nato il 25 settembre 2011, da un gruppo di compagni indignati, che si prefigono di cambiare lo stato delle cose atuali. Il mio scopo è di farmi portavoce delle vertenze dei movimenti cittadini che riguardano il territorio nord-est vicentino, (Quinto Vicentino, Monticello ConteOtto, Longare, Grumolo delle Abadesse, Caldogno, Bolzano Vicentino, Camisano Vicentino). Affronto tematiche in campo ambientale e sociale e faccio mie le lotte per

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Padova, operai e dirigenti salvano la loro fabbrica e cercano investitori

Leonardo Bianchi

ALBIGNASEGO (Padova) - La mattina del 26 ottobre 2009 Idris Jebali, un operaio tunisino da molti anni

in Italia, è fuori dalle Fonderie Zen di Albignasego, comune di 23mila abitanti alle porte di Padova sud. I

cancelli dello stabilimento di via Marco Polo sono chiusi, ed il silenzio

 

interrotto solo dal rumore delle

automobili che transitano sulla trafficata Strada Battaglia

 

– sostituisce l’usuale clangore dei macchinari.

Jebali si mette sul petto un cartello con la scritta «Garro si arricchisce / il lavoro finisce» e percorre a

piedi gli oltre 10 chilometri che separano l’im

 

pianto dal Tribunale di Padova.

Ad aspettarlo lì davanti ci sono i suoi colleghi, riuniti per una manifestazione. Dentro, il giudice del

lavoro Giovanni Amenduni informa sindacalisti e avvocati che il ministero dello Sviluppo Economico ha dato l’assenso all’aministrazione straordinaria in base alla legge Prodi.

 

Marzano. L’istanza difallimento presentata dai creditori è dunque respinta. «A noi lavoratori

 

 

commenta a caldo Jebali

inte

 

ressa solo salvare la fabbrica che, da sempre, rappresenta la nostra famiglia e l’unica fonte di

sostentamento». Le tute blu sono soddisfatte: il peggio è evitato

 

per ora. Ma sono anche

perfettamente consapevoli del fatto che risollevarsi non sarà facile

 

. Sarà un’avventura.

Fondata dalla famiglia Zen nel 1925, la fabbrica nasce come officina meccanica ed è una delle aziende

storiche di Padova. Dopo la Seconda Guerra Mondiale, la Zen si trasforma gradualmente in una

fonderia che produce (soprattutto) ghisa sferoidale di componenti per macchine agricole, movimento

terra e trasporti. Nel 2004 l’imprenditore Florindo Garro, che già lavorava per Zen come fornitore,

acquisisce la fonderia. Seguiranno Fonderia del Montello (Montebelluna, provincia di Treviso) e altri

significativi investimenti in Francia. Nel 2008 il gruppo Zen arriva a disporre di sette siti produttivi tra

Italia e Francia, può contare su 1.900 dipendenti ed ha un fatturato di circa 500 milioni di euro. Il

volume di lavoro è sostenuto, le prospettive di crescita floride. Poi, la grande crisi.

Le difficoltà della branca francese del gruppo, esposta nel settore automotive, si riversano a valanga

sulle fonderie italiane. «La fragilità finanziaria di tutto il gruppo

 

spiega a Linkiesta il commissario

straordinario Giannicola Cusumano, un commercialista di Verona

 

non ha fatto altro che complicare la

situazione e ingigantire gli effetti del mercato». In astratto, il progetto di Garro poteva essere buono,

poiché si sarebbe fornito al cliente un servizio completo: dalla fusione al pezzo lavorato. Ma, dice

Cusumano, «l’approccio finanziario è stato sbagliato: tutte queste società sono state comprate con il

debito bancario. Il gruppo era quindi sottoposto ai ricatti delle banche o comunque stava in piedi

finché queste lo hanno sostenuto».

Nel luglio del 2009 gli operai della New Fabris di Chatellerault disseminano lo stabilimento francese del

gruppo Zen/Garro di bombole di gas collegate tra loro, minacciando di farlo saltare in aria nel caso di

mancato pagamento delle indennità. In Italia, invece, i circa 200 operai delle Fonderie Zen finiscono in

cassa integrazione a rotazione e, da fine settembre a metà novembre, organizzano un presidio

pe

 

rmanente davanti ai cancelli dell’impianto. Verrà a visitarli anche l’allora segretario generale della

Cgil, Guglielmo Epifani. Le nottate passate al freddo sotto il gazebo, riscaldate unicamente dalle

fiamme provenienti dai bidoni, hanno un fine molto pragmatico: evitare la sottrazione degli stampi per

le colate, strumenti fondamentali per la produzione. «Portare via gli stampi

 

aveva dichiarato

all’epoca Antonio Silvestri, segretario della Fiom

 

-Cgil di Padova è come portare via una cucina da un

ristorante. Vuol dire chiudere per non riaprire più».

Mentre il Tribunale di Treviso dichiara il fallimento di Fonderie del Montello, l’amministrazione

straordinaria della Zen produce i suoi primi frutti. Operando senza il supporto delle banche e con

l’aiuto dei

 

clienti (su tutti la Fiat), già alla fine del 2010 le Fonderie ottengono un risultato positivo di

bilancio senza bruciare cassa. I dipendenti

 

che prima della crisi erano quasi 260 capiscono la gravità

della situazione e si autoriducono gli stipendi. «

 

Io sono venuto qui con lo spirito di riavviare l’attività,

non di liquidare l’azienda», racconta Cusumano. «Questo probabilmente ha dato fastidio in giro.

Diciamo che c’era un interesse a 360 gradi, soprattutto della politica. La Zen può essere interessant

 

e

da un punto di vista immobiliare. Quando ero arrivato Garro mi ha detto: “Si ricordi che lei è seduto su

50 milioni di valore di area”».

L’impianto, infatti, sorge in una zona strategica dove recentemente sono stati edificati numerosi centri

commerciali. Già nel marzo 2009 Andrea Canton, consigliere comunale del Pd, riportava in Comune

alcune voci sulla «possibile riqualificazione» dell’area «con cambio di destinazione d’uso a

commerciale-

 

direzionale». Nell’ottobre dello stesso anno Paolo Benvegnù, segretario provinciale di

Rifondazione Comunista, aveva avvertito: «

 

Hanno cercato di fare i furbi, ma gli è andata male . Il

sospetto è che, con la scusa della crisi, su questa fabbrica si voglia fare la più grossa speculazione

edilizia degli ultimi anni». Tale sospetto è stato nutrito anche dal commissario straordinario, che

confida di aver avuto «la sensazione che dietro ci fosse la speranza che Zen fallisse».

Nella seconda metà del 2011

 

riassorbite tutte le maestranze e raddoppiato il fatturato (che ora si

attesta sui 27/28 milioni di euro)

 

alcuni gruppi internazionali si mostrano interessati al rilevamento

dell’azienda. Le trattative, però, si arenano durante l’estate. I potenziali acquirenti si defilano, complice

un calo nella produzione della fabbrica

 

e, soprattutto, l’immagine dell’Italia. «Il rischio paese era

troppo elevato», afferma Cusumano. Con l’amministrazione straordinaria agli sgoccioli e nessuna

acquisizione in vista, la prospettiva di portare i libri in tribunale torna drammaticamente ad affacciarsi

sulla vita delle Fonderie Zen. Ed è proprio in questo contesto che matura l’idea di «riprendersi» la

fabbrica dall’interno. Nel dicembre 2011 vengono così costituite la srl GDZ, formata da manager e

alcuni dipendenti di alto livello, e la Coopera

 

tiva Lavoratori Fonditori, (CLF), guidata dall’operaio e

sindacalista Fiom Marco Distefano). Il capitale sociale di quest’ultima proviene interamente da una

quota del Tfr (2000 euro) a cui 120 dipendenti hanno rinunciato. Ad affiancare le due società

proba

 

bilmente ci saranno anche due fondi d’investimento, orientati ad acquisire una partecipazione

societaria. La proposta, approvata il 1 febbraio 2012 dal Ministero dello Sviluppo Economico, prevede

il mantenimento dell’occupazione per circa 140 dipendenti, d

 

i cui poco meno della metà sono

extracomunitari.

Michele Prà, che lavora nelle Fonderie Zen dal 1978 e ora fa parte di GDZ, descrive la dinamica che ha

portato a quello che lui definisce “un esperimento societario”: «Negli ultimi due anni, pur sotto

l’ombrello dell’amministrazione straordinaria, di fatto l’azienda l’abbiamo portata avanti noi. Quindi

abbiamo deciso di provarci, ecco. Appena passerà il periodo di attesa, se non ci saranno ulteriori

controfferte migliorative, andremo avanti». Dal canto loro, le tute blu interpellate da Linkiesta sono

tutte molto fiduciose. Sandro Schiavo, operaio trentacinquenne che fa parte del cda della CLF, spiega

perché hanno scelto di fare la cooperativa: «Vorremmo entrare nella gestione dell’azienda e avere un

peso anche a livello decisionale, negli investimenti e nella governance. Ci crediamo molto, per noi è

l’unica prospettiva».

Al momento, comunque, è ancora tutto in fieri. La cooperativa si riunisce in uno stanzino, sovrastato

da quattro imponenti silos bianchi, che sembra uscito da un film di Elio Petri. Sopra la maniglia nera

della porta d’ingresso è attaccato un adesivo che recita «Sala Leningrado». All’interno ci sono molte

bandiere della Fiom accatastate in un angolo o appese al muro, una piccola illustrazione di Che

Guevara attaccata alla parete, foto di varie manifestazioni e ritagli di giornali locali che narrano le

battaglie sindacali portate avanti dalla Rsu delle Fonderie nei primi anni 2000. Appoggiato per terra c’è

anche un cartellone usurato dal tempo in cui si legge: «Marciare per non marcire / la Zen non vuole

morire». È lo stesso che durante i presidi del 2009 era fissato ad uno dei cancelli della fabbrica.

«Eravamo veramente alla canna del gas» dice Schiavo, sorridendo amaramente. «Ho vissuto questo

periodo con grande incertezza e poche prospettive chiare per il futuro. Avevo iniziato a sistemare casa

per andare a convivere con la mia ragazza. Avevamo anche pensato di sposarci, però le risorse non

sono un granché. La triste realtà è che non c’è l’aut

 

osufficienza economica per creare una famiglia».

Prima di andare a cambiarsi negli spogliatoi, Schiavo precisa: «Serve una terza gamba, quella degli

investitori privati. Serve qualcuno che creda in questa avventura e che finanzi a tasso agevolato questo

tipo di imprese. Non credo che con i soldi del nostro capitale possiamo andare molto lontano».

Ferdinando Barbin, dipendente delle Fonderie di 51 anni, ha da poco finito il turno ed indossa ancora

la tuta con lo stemma della Zen. Ricorda perfettamente l’a

 

tmosfera che si respirava due anni fa:

«Siamo passati dalla tranquillità a doverci confrontare con la parola fallimento, il terrore della chiusura

e della perdita del posto di lavoro. È stato un momento traumatico e di non poco conto». Cosa l’ha

spinto a r

 

esistere? «Mia figlia di 18 anni. Non è per me che combatto: è dal ’77 che lavoro, posso

anche ritenermi soddisfatto del mio traguardo. Quello che veramente mi preoccupa è il futuro di mia

figlia». L’operaio fa una lunga pausa e aggiunge: «Mi vergogno. Mi

 

vergogno perché i miei genitori e la

generazione prima di me mi hanno lasciato in certe condizioni. Io invece lascerò in condizioni

peggiori».

Non è la prima volta che in Veneto

 

e più precisamente nel padovano si sperimentano soluzioni del

genere. Molti anni fa due aziende di minuterie metalliche, Capica (che fisicamente è proprio di fianco

alla Zen) e Zetronic, avevano intrapreso questa strada. Ma se in tali casi si può parlare di autogestione,

il nuovo modello imprenditoriale delle Fonderie Zen si avvicina più alla cogestione tedesca che alla

fábrica recuperada argentina. In un’intervista a Il Sole 24 Ore del 2010, Giuseppe Vita, una carriera

professionale sviluppatasi tra Italia e Germania, ha sottolineato che «l’aspetto chiave della

Mitbestimmung [c

 

ogestione in tedesco, nda] è l’informazione. I rappresentanti dei lavoratori sono

tenuti informati della gestione della società, delle sue eventuali difficoltà o successi, dell’andamento

dei conti. Sono stipendiati dall’azienda, hanno un proprio ufficio e

 

una segreteria. Il libero accesso alle

informazioni crea tra i dirigenti dell’impresa e i rappresentanti dei dipendent

 

i una certa

corresponsabilità».

Fuori dalla «sede» della Cooperativa, grossi camion entrano ed escono dalla fabbrica e gli operai si

danno il cambio. Ferdinando Barbin, che deve andare in mensa per la pausa pranzo, si congeda

scherzando: «Se faccio sei all’enalotto, io una quota qui la metterei». Il ronzio dei macchinari e dei

forni è costante. Il forte odore di metallo fuso invade le narici. Sulla bacheca di fianco alla portineria

campeggia un fotomontaggio della recente copertina di Time dedicata a Mario Monti. Al posto del

volto del Presidente del Consiglio c’è quello di Marco Distefano. Il titolo è lo stesso: «Can this man save

Italy»? Insieme al presidente della cooperativa, alle Fonderie Zen tutti credono fermamente in questa

impresa. Bisogna vedere se il mercato condividerà il medesimo entusiasmo.

http://www.linkiesta.it

 

 

10.3.12

  
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