Sono il Circolo PRC-FdS di Torri di Quartesolo (VI). Sono nato il 25 settembre 2011, da un gruppo di compagni indignati, che si prefigono di cambiare lo stato delle cose atuali. Il mio scopo è di farmi portavoce delle vertenze dei movimenti cittadini che riguardano il territorio nord-est vicentino, (Quinto Vicentino, Monticello ConteOtto, Longare, Grumolo delle Abadesse, Caldogno, Bolzano Vicentino, Camisano Vicentino). Affronto tematiche in campo ambientale e sociale e faccio mie le lotte per
Nicola Melloni, "Liberazione", 18 marzo 2011
I tragici fatti del Giappone cui abbiamo assistito in questi giorni hanno avuto una forte eco anche in Italia. Non erano passate che poche ore dal terremoto che già l'establishment nuclearista
era sul piede di guerra. I suoi esponenti più illustri, a partire dall'ineffabile Chicco Testa, si sono precipitati in tv, tentando di spiegare, senza tema del ridicolo, che la centrale di
Fukushima era completamente sicura. Dopo questi primi folli interventi, immediatamente smentiti dai fatti, si sono susseguiti commenti di esperti, opinionisti e politici che invitavano alla calma
e alla ragionevolezza rilanciando una serie impressionante di luoghi comuni che hanno l'unico obiettivo di nascondere la vera natura del problema legato al nucleare.
Il mantra più ricorrente di questi giorni è che non si può agire in base all'emotività e che bisogna mantenere la razionalità anche davanti alle più grandi tragedie, cioè che l'apocalisse
giapponese non deve cambiare le nostre opinioni sul nucleare. Ma si tratta di una mistificazione: sostenere, come si è fatto fino a Giovedì, il sì al nucleare contando su 25 anni senza clamorosi
incidenti non vuol dire essere razionali, ma semplicemente cercar di far dimenticare i rischi che l'energia nucleare comporta. Si tratta di due emozioni diverse - l'apatia contro lo sgomento - ma
nessuna delle due può essere considerata più ragionevole dell'altra. Non solo: in realtà l'incidente di Fukushima, nella sua drammaticità, ci fornisce nuove informazioni, bene preziosissimo se si
vuole che l'elettorato scelga "usando la testa" e non "la pancia". E cosa ci dicono gli eventi di questi giorni? Che il pericolo di incidente esiste sempre, al contrario di quanto propagandato
dal partito pronucleare anche per il tramite di pubblicità fuorvianti.
Il secondo tema su cui gli amici del nucleare insistono è che l'Italia non è il Giappone e quindi non corriamo rischi di sorta. Ma chi lo dice? Anche i Giapponesi, ben abituati ai terremoti,
erano sicuri, fino a giovedì scorso, che un evento così cataclismatico fosse impossibile. Ma l'unica cosa veramente impossibile è prevedere la natura. Vogliamo rischiare giocando sulle
probabilità, come fossimo al casinò? Questo sì pare davvero insensato. Ancora: ci dicono che i rischi sono comunque minimi e che il nucleare è più sicuro delle altre fonti energetiche, anzi per
Panebianco, sul Corriere della Sera, è la modernità stessa a portare sicurezza. Ma sicurezza per chi? Le scorie continuano ad essere radioattive per secoli, a volte per millenni, e quindi in
effetti stiamo ponendo le basi per la riduzione della sicurezza del mondo non solo nel presente ma anche nel futuro:una maniera bizzarra di sfruttare i benefici della modernità.
Irischi, dunque, ci sono ma questo non ferma i nostri convinti nuclearisti. Le centrali nucleari, dicono, esistono in vicinanza dei nostri confini (in Francia, Svizzera, Slovenia) e dunque, in
caso di incidenti in quei paesi, saremmo a rischio anche noi. Tanto vale, allora, costruire le centrali anche al di qua dei nostri confini, il rischio rimarrebbe immutato, ma almeno potremmo
godere dei benefici della produzione di energia atomica. Un argomento inquietante, soprattutto quando sostenuto da chi pretende di essere razionale e riflessivo: se gli altri sbagliano, dovremmo
farlo anche noi, giusto per unirci al gregge? Senza neanche tenere in conto il dato oggettivo che smentisce la base, irrazionale, di tale ragionamento: il rischio per la popolazione dipende dalla
prossimità all'incidente, come dimostra il fatto che a Fukushima è stata evacuata un'area del raggio di 30 km dall'esplosione, non di 100 o 200 km (la distanza che ci separa dalle centrali
d'oltralpe).
Ma il vero cuore del problema è un altro, è il fabbisogno energetico. Si dice che siamo dipendenti dagli sceicchi e da Putin per l'approvvigionamento di petrolio e che il ricorso al nucleare ci
darebbe indipendenza energetica; ma anche in questo caso si tratta di mistificazione. L'Italia non produce uranio o plutonio e quindi sempre dall'estero sarebbe dipendente! Inoltre il petrolio
continuerebbe a rimanere fondamentale nella nostra vita quotidiana, come dimostra il caso fracese dove il consumo di petrolio procapite è superiore al nostro. Si dice anche che il nucleare costa
meno, ma non è vero neppure questo, anzi secondo le ultime stime il nucleare è l'energia più cara. Certo, esiste una questione energetica, questo non possiamo nascondercelo. Ma proprio
l'incidente di Fukushima potrebbe essere un'ottima occasione per ripensare in toto non solo la nostra politica energetica ma il nostro intero modello di sviluppo. Il nucleare in ogni caso non è
una soluzione di lungo periodo, si tratta di un'energia non rinnovabile, destinata a finire, nè più nè meno del petrolio. E le rinnovabili, al momento, non garantiscono i livelli di consumo
energetico che abbiamo avuto finora, soprattutto se estesi alle nuove economie del sud del mondo che avanzano impetuosamente. Il problema energetico è dunque il problema del capitalismo, un
sistema economico basato sullo sfruttamento. Sfruttamento del lavoro, come già insegnava Marx, e sfruttamento delle risorse produttive, con la differenza fondamentale che non tutte queste risorse
sono infinite, anzi. Rivedere i consumi, e quindi il processo fondamentale di accumulazione capitalista, lo scambio, non vuol dire affidarsi ad una retorica pauperista. I comunisti sono sempre
stati dalla parte del progresso e per migliorare le condizioni di vita degli sfruttati. Ciò comporta però, già a partire dal brevissimo periodo, rivedere le nostre priorità, ridurre gli sprechi
energetici, ridiscutere il sistema dei trasporti, abbandonando le quattro ruote e rilanciando i trasporti pubblici, dimenticare la logica degli status symbol derivanti dal consumismo dilagante. E
rendersi conto che modernità non vuol dire comodità ma responsabilità. Si tratta essenzialmente di pianificare il nostro sviluppo in base non solo alle esigenze di profitto ma di sostenibilità.
Non è certo con il palliativo nucleare che si risolveranno problemi che sono, invece, di natura sistemica.