Il 3 aprile 2012 le Procure di Reggio Calabria e Milano spiccano otto avvisi di garanzia destinati a provocare un terremoto nelle settimane successive. Tra i destinatari c’è infatti l’ormai ex
tesoriere della Lega e sottosegretario del Ministro Calderoli, Francesco Belsito. Leghista d'affezione e vibonese d'origine, il cassiere del partito di Bossi è accusato dai magistrati di ben
due Procure di truffa ai danni dello Stato, finanziamento illecito ai partiti e riciclaggio. Tutte operazioni nelle quali Belsito sarebbe stato coadiuvato da uomini del gotha della 'ndrangheta
reggina. Sembra quasi un paradosso o una vendetta karmica, eppure proprio la Lega - il partito che ha costruito il proprio capitale politico sulla retorica anti-terroni e che fino a qualche
mese fa rispondeva inviperito a chi denunciasse la presenza delle 'ndrine al Nord Italia - sembra aver legato le proprie fortune e le proprie finanze alla potentissima cosca De Stefano di
Reggio Calabria. Coloro che per anni hanno tuonato contro furti e malversazioni, si scoprono coinvolti in un affare di bustarelle, fondi neri e riciclaggio che non solo ha toccato da vicino la
famiglia del grande capo, Umberto Bossi, costretto alle dimissioni insieme al figlio, ma anche il fedelissimo Belsito e tutto il “Cerchio Magico”, dissolto al calor bianco dell’inchiesta.
Un’indagine complicata e delicatissima, nella quale – insieme a Belsito – sono coinvolti l’oscuro procacciatore di business Romolo Girardelli, noto alle procure come vicino a Paolo Martino e
Antonio Vittorio Canale, considerati gli ambasciatori della cosca De Stefano al Nord Italia e in Francia, Bruno Mafrici, nato a Melito Porto Salvo (Reggio Calabria), ma residente a Milano e
socio della Mgim dell’ex Nar – anche lui calabrese – Lino Guaglianone, l'imprenditore veneto Stefano Bonet, la sua segretaria Lisa Trevisan, il promotore finanzirio Paolo Scala, Leopoldo
Caminotto e Nadia Arcolin. Ed è proprio nel triangolo Belsito-Mafrici-Girardelli che, secondo gli inquirenti, si nasconde il cuore di un’inchiesta che va molto oltre una storia di ordinaria
malversazione e potrebbe portare a riscrivere intere pagine della storia italiana. Pagine oscure, che sanno di stragi e di morti ammazzati, di latitanti neri in fuga coperti da servizi più o
meno deviati e di un inconfessabile patto fra la 'ndrangheta e lo Stato. Una rete a maglia fitta che personaggi della Repubblica hanno iniziato a tessere fin dagli anni Settanta con la tanto
evocata strategia della tensione, nell’ambito della quale la 'ndrangheta, o meglio alcune famiglie di 'ndrangheta, si sono dimostrate interlocutori ricettivi e attendibili. Ed in cambio hanno
guadagnato l’ingresso a pieno titolo nella stanza dei bottoni non solo delle istituzioni locali calabresi, ma dell’intera Italia. Una rete nella quale è incappata la Lega, ma che va oltre il
Carroccio e i suoi guai e nella quale si potrebbe nascondere la ragione ultima dell’insediamento ormai stabile della ndrangheta al Nord. Non si tratta solo di semplice colonizzazione
affaristica o criminale. Ormai le 'ndrine siedono gomito a gomito con la buona borghesia lombarda nei salotti in cui si decidono i destini economici e politici del Settentrione. E non solo.
A dare il metro della portata dell’indagine in corso tra Milano e Reggio Calabria è lo stesso calibro dei personaggi coinvolti o lambiti dalle indagini che i pm di Reggio Calabria e Milano
stanno nel più stretto riserbo portando avanti. Sotto la lente degli investigatori passano in queste ore centinaia di milioni di terabyte di documenti custoditi nei server dello studio Mgim di
Milano, di cui Mafrici è socio e nei quali potrebbero essere custodite le chiavi dell’intera indagine. Una società con uffici in via Durini 14 – a un passo da piazza San Babila, cuore della
Milano da bere e della destra meneghina – e portafoglio clienti di quelli che contano. Insieme a Mafrici, a gestire la Mgim ci sono Pasquale Guaglianone, ex leader della destra eversiva,
attualmente nel cda delle Ferrovie Nord e presidente del collegio sindacale della Fiera Congressi di Milano, il reggino Giorgio Laurendi, che dello studio Mgim detiene il 20 per cento. Un altro
reggino d'origine, Antonio Italica, fondatore dello studio, ha ceduto le sue quote nel marzo 2009. Ma non sono solo i proprietari di quell'ufficio ad avere ascendenze tutto fuorchè "lumbard".
Dai locali di via Durini 14 sono passati anche i titolari delle più importanti imprese calabresi, che casualmente al Nord hanno fatto fortuna. Insieme a nomi altisonanti del mondo bancario e
industriale italiano, fra i clienti della Mgim – che, stando al Registro imprese, si occuperebbe di "servizi di elaborazione dati contabili riferiti alla tenuta delle scritture contabili ed
alle paghe e contributi" – vi sarebbero i Montesano, i Matacena, i Mucciola.
Proprio il titolare di quest'ultima, Fabio Mucciola, romano di nascita ma con residenza e uffici a Reggio Calabria, il 15 settembre del 2009 è stato fotografato – si legge nelle carte di
un'altra inchiesta della Dda milanese – davanti agli uffici di via Durini 14. Non è strano che Mucciola sia a Milano, la sua ditta da anni colleziona appalti nel capoluogo meneghino, come
quello messo sul piatto nel 2008 dal Pio Albergo Trivulzio. Quello che è strano è l'uomo con cui si incontra e che lo accompagna all'interno dell'edificio: Paolo Martino, considerato la mente
finanziaria del clan De Stefano a Milano e vicinissimo a Guaglianone.
Arrestato nel marzo del 2011, nell'ambito di un'inchiesta che coinvolge il clan Flachi – reggenza tra Comasina e Bruzzano, ma radici al sud – Martino sembra essere il grande tessitore seguendo
le cui tracce gli inquirenti sono arrivati a tutti gli indagati dell'inchiesta che ha messo a soqquadro la Lega. È lui che porta i pm sulle tracce di Mafrici, all'epoca consulente e uomo ombra
di Belsito, ma anche "avvocato di fiducia" dell'imprenditore veneto Stefano Bonet, attraverso le cui società sarebbero stati riciclati – sospettano gli inquirenti – molti dei fondi neri. Ma
Bonet, a sua volta è anche socio di Belsito e di Romolo Girardelli. Ed anche quest'ultimo è una vecchia conoscenza di Paolo Martino. Nel 2002 i loro nomi compaiono nell’inchiesta sulla
latitanza di Salvatore Fazzalari, esponente di spicco della 'ndrangheta calabrese, che Girardelli avrebbe coperto attraverso la messa a disposizione di somme di denaro a ciò destinate – alla
negoziazione, allo sconto ovvero alla monetizzazione di "strumenti finanziari atipici" di illecita provenienza".
E Martino non è uno sconosciuto nella storia della ndrangheta. Cugino prediletto del potentissimo boss Paolo De Stefano, storicamente la massima espressione della famiglia che scrive di proprio
pugno la storia della nuova 'ndrangheta, Martino inizia la propria carriera criminale da minorenne quando, a 15 anni, nel corso della prima guerra di 'ndrangheta, ha commesso un omicidio per il
quale è stato condannato dal Tribunale dei minori. Terminata la condanna, si trasferisce al Nord. Dove la 'ndrangheta, fin dagli anni 70, ha iniziato a mettere radici grazie all’istituto del
confino, che ha spedito boss e picciotti tra le nebbie. E dove famiglie di 'ndrangheta di ogni parte della Calabria hanno rapidamente messo radici, impiantato affari e creato nuovi centri di
potere. La parabola di Paolo Martino non è che un esempio di quello che dieci, cento famiglie di 'ndrangheta hanno fatto nel corso degli ultimi trent’anni. A Milano come a Genova. A Torino come
nella rossa Emilia.
Da giovane killer, Martino cambia modi e pelle, diventa l'anima imprenditoriale degli "arcoti", il tentacolo della cosca che ha il compito di curare gli interessi dei De Stefano in Lombardia.
Si trasferisce in corso Como, si muove in Jaguar, veste abiti di sartoria e frequenta politici e imprenditori. È l'uomo ombra che viene sfiorato da tutte le inchieste degli ultimi decenni,
senza che nessuna riesca a toccarlo davvero. Era socio di Francesco Lampada – elemento di spicco dell'omonimo clan della 'ndrangheta milanese, ritenuto espressione diretta della cosca reggina
dei Condello – nella società Lucky world, un'impresa che si occupa della compravendita di videopoker, poi passata nelle mani del messinese Antonino Currò, legato alle cooperative di pulizie
delle figlie di Vittorio Mangano. È stato in società con la cosca Valle, ascendenza reggina e presente lombardo, ma può vantare importanti e ultradecennali conoscenze anche tra gli uomini della
cosca Papalia di Bucinasco, a Milano Sud, tanto da potersi dire "ospite graditissimo" del boss Antonio Papalia nella sua villa bunker. Ma Paolo Martino ha anche tante amicizie in politica. E
non solo calabresi. L'ambasciatore dei De Stefano al Nord conosce Giuseppe Scopelliti, presidente della Regione Calabria ed ex primo cittadino di Reggio Calabria, con cui Martino si incontrerà
nel 2006 alla Bit di Milano e a cui presenterà Lele Mora, in seguito coinvolto dall'allora sindaco nell'organizzazione di alcuni eventi in città. Nella rete dell'ambasciatore dei De Stefano al
Nord, c'è Luca Giuliante, avvocato di Mora, del presidente della regione Lombardia, Roberto Formigoni, e anche di Karima El Mahroug, meglio conosciuta come Ruby Rubacuori, ma soprattutto
tesoriere del Pdl. Grazie a lui, il 18 maggio 2009, Martino non solo verrà invitato addirittura a una delle "cene eleganti" dell'allora presidente del consiglio Silvio Berlusconi, ma –
dimostreranno le intercettazioni raccolte nel corso dell’inchiesta Redux – riferiva regolarmente a Martino una serie di notizie "in merito a una gara d'appalto, non meglio specificata, in cui
risultano interessati i fratelli Mucciola". Se gliene avessero lasciato il tempo – stava lavorando ad un incontro – probabilmente Martino fra i suoi contatti avrebbe potuto annoverare anche il
presidente di Bpm Massimo Ponzellini, recentemente finito nei guai per un finanziamento da 148 milioni di euro alla società di Atlantis di Francesco Corallo, figlio di quel Gaetano Corallo
ritenuto vicino al boss di Catania Nitto Santapaola.
Era un uomo importante Paolo Martino e dai contatti importanti, che direttamente o indirettamente, utilizzava per giocare partire decisive su tutti i tavoli che contano, attraverso tutte le
'ndrine che a Milano hanno voce in capitolo. Come quella dei Flachi, la cosca che ha costruito il suo impero tra Bruzzano e la Comasina, smantellata dall'operazione Redux-Caposaldo. In mano al
clan che ha fatto fortuna fra le nebbie, scoprono gli investigatori, non c'è solo il controllo del movimento terra e degli scavi, dei locali notturni, di cui uno – il notissimo De Sade –
addirittura acquistato attraverso intermediari, della distribuzione della Tnt (ex Traco) e dei chioschi dei paninari. Secondo gli indizi raccolti dagli inquirenti, i Flachi avevano messo le
mani – o almeno tentato – su molte campagne elettorali. Come quella della consigliere regionale Pdl Antonella Majolo, sorella della più celebre Tiziana, già assessore comunale a Milano, cui si
era "interessato" lo stesso boss Pepè Flachi. Il figlio del boss, Davide partecipava invece a cocktail elettorali organizzati da Massimiliano Bonocore (Pdl), figlio di quel Luciano Bonocore,
storico esponente della destra milanese, cofondatore del Pdl.
Ma i contatti con la politica al Nord non sono una prerogativa esclusiva né di Paolo Martino né del clan Flachi. Solo per rimanere alla cronaca degli ultimi mesi, a Milano aveva il suo regno
anche Giulio Lampada, il capo della famiglia inviata a Milano in nome e per conto della potentissima cosca Condello di Reggio Calabria, che attorno a sé avrebbe tessuto una fitta rete di
politici, professionisti e personaggi noti sull’asse Calabria-Lombardia. Insieme a lui, travolgerà nella sua caduta nomi che fanno rumore come quello del Presidente della Sezione Misure di
Prevenzione del Tribunale di Reggio Calabria, Enzo Giglio, del consigliere regionale Franco Morelli, dell’avvocato calabrese d’origine e milanese d’adozione Vincenzo Minasi e del magistrato
Giancarlo Giusti.
Lambiti, ma non indagati nella medesima inchiesta personaggi come Gianni Alemanno, principale sponsor politico di Morelli, o come l’attuale assessore ai Trasporti della Regione Calabria, Luigi
Fedele o ancora come il consigliere comunale del Pdl Armando Vagliati e l’ex assessore della giunta Penati, Antonio Oliverio. Al di là dell’appoggio elettorale, per Vagliati – riportano le
carte – il clan si spende perché conquisti una non precisata “vicepresidenza”, nel tentativo di creare un tandem politicamente trasversale ma egualmente criminale con Oliverio. In cambio, il
politico “costituiva l’elemento di riferimento dei Lampada con il Comune di Milano”. Oliverio invece, già indagato e assolto nella maxi-inchiesta “Infinito”, era per il gip “individuo a
disposizione della famiglia Lampada, nonché come pedina fondamentale nella rete dei rapporti politici lombardi e calabresi”.
Ma le propaggini della rete dei boss della Lomellina vanno ben oltre la Calabria e la Lombardia, per arrivare fino in Emilia Romagna. E a Tarcisio Zobbi, aiutato dai Valle-Lampada nella corsa
alla Camera dei deputati del 2008. E non per mera benevolenza. Quello che Giulio Lampada concede non è un appoggio casuale, ma risponde a un’unica strategia. “L’etichetta o il partito di volta
in volta scelto è una casuale totalmente variabile”, annota Gennari, “l’unica cosa importante è che si tratti della parte vincente”.
Il network di contatti, conoscenze e cointeressenze messo in piedi da Giulio Lampada non è che un esempio – solo nella cronaca più recente – del radicamento ormai ultratrentennale delle 'ndrine
calabresi in Lombardia. La 'ndrangheta che ha messo radici a Milano – scrive non più di una settimana fa il giudice del Tribunale di Milano Roberto Arnaldi nelle motivazioni della sentenza di
condanna per i 110 imputati arrestati nel corso della maxi operazione “Infinito” del luglio 2010 – “non è un’articolazione periferica. I membri delle ‘ndrine sono da lungo tempo radicati al
Nord, dove risiedono stabilmente e ciò ha consentito una perfetta conoscenza del territorio”. Una conoscenza che ha permesso alle 'ndrine prima di infiltrarsi, quindi dettare legge in tutti i
settori commerciali, leciti o illeciti che fossero. Sono i ras del movimento terra nei cantieri, del traffico e dello spaccio di cocaina, della gestione dell’ortofrutta, dei night club, hanno
interessi nelle pompe funebri come nell’immobiliare, nella grande come nella piccola distribuzione. Giocano un ruolo fondamentale nei piccoli cantieri come nelle maxi infrastrutture, come la
Pedemontana o la nuova Expo. Ci sono arrivati in silenzio, mettendo sul piatto un’infinita liquidità e anni di strategia economica e criminale ed oggi siedono a buon diritto nei salotti buoni
milanesi, senza più bisogno neanche di bussare per essere invitati. Perché stringono in mano il cuore economico, politico e finanziario del gotha della borghesia lombarda. E sono passati
all’incasso.