Va bene che il paradosso caratterizza già ampiamente l'attuale governo, ma quello che avviene alla Italia Lavoro è davvero speciale, e purtroppo viene pagato da una categoria piuttosto
debole, quella dei collaboratori a progetto: l'agenzia che si occupa di politiche per il collocamento (400 dipendenti diretti, di proprietà pubblica, del ministero dell'Economia e del
Welfare) sta buttando in mezzo a una strada decine di persone. Proprio in questi giorni sono partite le lettere di «rescissione anticipata del contratto» per una serie di precari storici -
alcuni anche da 8-9 anni - ma il fine ultimo, sancito anche dal regolamento interno e da un accordo firmato solo da Cisl e Uil, è di fare «piazza pulita» di tutti i 500 collaboratori, non
appena avranno raggiunto il 36esimo mese di contratto.
Il paradosso dell'agenzia di collocamento che licenzia è in realtà una «sacconata», figlio cioè delle norme varate dal ministro del Welfare Maurizio Sacconi e applicato dai suoi uomini.
Bisogna ricordare infatti che il recente Collegato lavoro imponeva a tutti coloro che avessero concluso un contratto a termine entro il 24 novembre 2010, l'obbligo di rivalersi per
eventuali cause entro il 23 gennaio di quest'anno, pena la perdita dei diritti pregressi. E poiché moltissimi dei 500 collaboratori di Italia Lavoro sono precari da almeno una decina d'anni
(l'agenzia esiste dal 1999), alcuni di loro hanno pensato di mettere a tutela i vecchi contratti inviando all'azienda una «lettera cautelativa» (che non è ancora una causa) entro il 23
gennaio.
Cosa è successo allora? La dirigenza di Italia Lavoro, guidata appunto da un uomo di Sacconi - il presidente e ad Paolo Reboani, già capo della segreteria tecnica dell'attivissimo ministro
«licenziatore» - ha cominciato a sfornare le lettere di licenziamento. Le prime - già almeno una ventina - stanno colpendo proprio i collaboratori che si erano voluti tutelare in forza del
Collegato lavoro. Licenziati così, di botto: «dalla data di ricezione della presente comunicazione». Senza uno straccio di preavviso, e senza neanche ammortizzatori sociali (in quanto
cocoprò).
E non basta, perché la Cgil denuncia che mentre i collaboratori vengono cacciati via «alla ghigliottina», dall'oggi al domani, per i contrattisti a tempo determinato che hanno scritto a
loro volta la lettera cautelativa, essendo non licenziabili prima della scadenza, si attua un sistema molto più «raffinato»: la dirigenza li starebbe convocando uno a uno, chiedendo di
rinunciare alle cause e ai diritti pregressi, e promettendo in cambio il rinnovo. Che, letta a rovescio, sarebbe: ritirate tutto o questo è l'ultimo contratto.
Ma, come detto, la paura di perdere il posto in realtà incombe su tutti i 500 cocoprò. Questo perché il regolamento varato nel 2008 dall'allora presidente e ad Natale Forlani, e siglato poi
con un'intesa dalle sole Cisl e Uil, prevede un utilizzo massimo dei contratti a progetto per 36 mesi. Quindi nel 2011, vuoi o non vuoi, tutti i cocoprò sono a scadenza, e sul punto di
piombare nella disoccupazione. «Forlani mutuò allora una normativa che vale per i contratti a termine nel settore pubblico - spiega Roberto D'Andrea, del Nidil Cgil nazionale - Ma non si
vede perché essa debba essere applicata a dei collaboratori, peraltro in un'azienda a controllo pubblico ma gestita in regime privatistico. Molti progetti dipendono da finanziamenti
europei, quindi non devono neanche subire il taglio del 50% imposto dalla finanziaria agli uffici pubblici. È chiaro che ci si vuole liberare di tanti collaboratori, ma a questo punto oltre
alla vertenza sindacale partiranno le cause: a Italia Lavoro sono veri e propri "dipendenti mascherati", alcuni lavoratori hanno la scrivania al ministero». Chissà, magari precari proprio
accanto all'ufficio di Sacconi.