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Sono il Circolo PRC-FdS di Torri di Quartesolo (VI). Sono nato il 25 settembre 2011, da un gruppo di compagni indignati, che si prefigono di cambiare lo stato delle cose atuali. Il mio scopo è di farmi portavoce delle vertenze dei movimenti cittadini che riguardano il territorio nord-est vicentino, (Quinto Vicentino, Monticello ConteOtto, Longare, Grumolo delle Abadesse, Caldogno, Bolzano Vicentino, Camisano Vicentino). Affronto tematiche in campo ambientale e sociale e faccio mie le lotte per

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Intervista al sociologo di origini irachene Adel Jabbar

 

    

    «Libia, ecco perché Gheddafi ha fallito»

     Adel Jabbar spiega i motivi della rivolta che ha provocato 10 mila morti
     di Sandra Mattei

    TRENTO. «La rivolta nei Paesi arabi è scoppiata per una richiesta di diritti e dignità di popoli che hanno subito per anni dittature e repressioni brutali». E’ il commento di Adel Jabbar, sociologo e saggista, che esclude il rischio di un’avanzata integralista. Ma la repressione in Libia ha provocato già 10 mila morti.
   Jabbar, di origini irachene, sta vivendo l’ondata di liberazione dai dittatori arabi con grande interesse e preoccupazione per la situazione in Libia. 
  Che cosa ha in comune la rivolta che ha spazzato via Ben Ali e Mubarak, con quella libica?
  Tutti i Paesi in cui sta dilagando la sollevazione popolare hanno in comune il potere in mano a clan familiari, il dispotismo e la  corruzione. Caratteristiche che hanno le repubbliche. Mentre i regni sono retti anche su clan regionali, in stati come Libia, Algeria, Siria, Yemen, nati da rivoluzioni, i governi non hanno realizzato le aspettative e i clan al potere hanno  escluso tutti gli altri.
  Quale è stata la scintilla che ha fatto scattare la rivolta: la crisi economica o la mancanza di libertà?

    

    I Paesi di quest’area da anni pagano a caro prezzo il desiderio di
    emancipazione: con la pena di morte, l’esilio, il carcere.

    Tumulti c’erano già stati in Tunisia e in Egitto dal 2008, ma i
    regimi, avendo l’appoggio dell’Occidente, li hanno repressi

    senza che se ne parlasse. In Tunisia, su una popolazione di 10
    milioni di abitanti, ci sono 300 mila poliziotti, in Egitto, su 80
    milioni, 3 sono nella polizia. La rivolta è scoppiata per chiedere
    più diritti e dignità, la crisi economica non ha fatto che
    amplificare queste rivendicazioni.

   

    Quali le condizioni che hanno permesso il propagarsi del
      malcontento in tanti Stati arabi?

   

    Ripeto, gli Stati più esposti sono quelli retti da un potere
    familistico, che ha accentrato tutta la ricchezza. Basti pensare
    alla Tunisia, da dove è partito tutto, che è uno dei Paesi più
    evoluti sia a livello economico e che di scolarizzazione. Il 60 per

    cento dei tunisini ha meno di 30 anni. I giovani hanno raggiunto
    maggiore coscienza dei loro diritti, grazie anche al collegamento
    con internet e i social network e a fronte di questo sviluppo, le
    elite sono rimaste ferme, non hanno saputo

    aggiornarsi. Il meccanismo di imitazione ha contagiato tutti i Paesi
    con queste caratteristiche: una società civile pluralista

    e dinamica contro un’elite espressione di un potere arcaico.

   

    In cosa si differenzia la situazione in Libia, dove è in corso
      una guerra civile, con diecimila morti?

   

    Gheddafi ha fallito il suo progetto rivoluzionario di costruire uno
    Stato senza istituzioni, che si reggesse sull’autarchia. Invece di
    riconoscere il fallimento, per governare si è basato solo sul suo
    clan. Manca inoltre una classe media che possa rivendicare uno stato
    di diritto e mi sembra di vedere una situazione come quella
    irachena, dove si spera in un intervento esterno.

   

    La domanda che tutti si fanno ora è cosa succederà. C’è il
      rischio di una deriva integralista?

   

    Da anni scrivo che tale lettura retorica per interpretare i Paesi
    arabi non aiuta. Questi accadimenti dimostrano piuttosto che siamo
    di fronte a società molto avanzate, che non si rifanno più a
    ideologie politiche o religiose che siano, ma lottano per i diritti:
    al voto, alla libertà di espressione, al lavoro. Il modello a cui
    guardano è la Turchia. E penso che anche per l’Occidente sia meglio
    trattare con governi che hanno l’appoggio del popolo, piuttosto che
    con dittatori che possono cadere da un momento all’altro. Piuttosto
    mi preoccupa l’indifferenza dei giovani occidentali, che non
    solidarizzano con i loro coetanei.

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