Sono il Circolo PRC-FdS di Torri di Quartesolo (VI). Sono nato il 25 settembre 2011, da un gruppo di compagni indignati, che si prefigono di cambiare lo stato delle cose atuali. Il mio scopo è di farmi portavoce delle vertenze dei movimenti cittadini che riguardano il territorio nord-est vicentino, (Quinto Vicentino, Monticello ConteOtto, Longare, Grumolo delle Abadesse, Caldogno, Bolzano Vicentino, Camisano Vicentino). Affronto tematiche in campo ambientale e sociale e faccio mie le lotte per
Stefano Galieni, www.liberazione.it
Un giro d'Italia vinto nel 1990 portando la maglia rosa dall'inizio alla fine, come solo pochi grandi hanno fatto, due volte di fila campione iridato e poi chilometri e chilometri macinati su una
bicicletta che è il simbolo stesso della fatica, Gianni Bugno si è ritirato dalle gare nel 1998 ma non è uscito affatto dal mondo del ciclismo. Gli appassionati di nuova generazione lo conoscono
perché spesso pilota gli elicotteri con cui si seguono le corse per le emittenti televisive, dopo il ritiro ha trovato infatti anche il tempo di divenire pilota occupandosi di elisoccorso. Bugno
è nato in Svizzera nel 1964 ma da sempre vive a Monza dove ha presto iniziato la carriera agonistica, oggi è anche presidente dell'Associazione internazionale corridori, una sorta di sindacato
mondiale dei ciclisti, e commenta amaramente tutto quanto accaduto attorno all'argomento del giorno, il giro della "padania".
«I primi ad essere strumentalizzati da quanto sta accadendo sono gli atleti, loro sono professionisti e considerano questa una corsa come le altre. Secondo me andava vietata non in quanto gara ma
con quella denominazione. Potevano chiamarla... che so... "Giro delle 5 regioni" o "del settentrione". Ma dandogli quella connotazione esplicitamente politica diventa un problema. Secondo me chi
l'ha contestata non ha ottenuto gli effetti che voleva. Si è parlato di giro della Padania e si è per certi versi anche fatta pubblicità alla corsa in maniera ancora più massiccia, e anche in
quotidiani non sportivi per ragioni non sportive».
Resta lo sbaglio della Federazione ciclistica che ha accettato di far propria la denominazione "padana"?
Hanno sbagliato un po' tutti, compresi quei comuni che hanno accettato che il giro passasse sul proprio territorio, magari governato dalla stessa parte politica, e non hanno fatto abbastanza per
tutelare i corridori. Lo stesso vale per gli amministratori di quei comuni che erano contrari ma non sono intervenuti. Tutti avrebbero dovuto capire che la gara sarebbe stata accostata ad un
partito politico ben preciso. Si doveva dire di no tutti a queste condizioni. C'è una responsabilità generale. Assolvo solo gli atleti.
Non potevano rifiutarsi di correre?
A decidere nel professionismo sono le squadre. Se la squadra partecipa invia i propri atleti che sono sotto contratto e debbono correre. Ci si può sottrarre solo per problemi di salute. Poi per
molti, indipendentemente dal proprio orientamento politico, questa corsa è capitata in un periodo giusto perché coincide con le ultime fasi della preparazione al campionato mondiale, un
appuntamento fondamentale. Questo giro è stato inserito in un periodo in cui non c'erano molte competizioni in calendario e ai corridori poco importava il titolo della corsa, sono professionisti.
Io voglio solo sperare che l'anno prossimo non si faccia lo stesso errore, se si vuol fare una gara così gli si cambi nome, c'è una parte del paese che la contrasta e la vede unicamente come una
manifestazione di propaganda politica.
Ma per Gianni Bugno esiste la "padania"?
Esiste come movimento politico, ma a me pare assurdo parlare di secessione anche con una corsa, mentre ricorrono ancora i 150 anni dell'unità d'Italia. Se la Lega ha pensato di utilizzare tutto
questo come strumento di propaganda ha sbagliato.
E pensare che il ciclismo è tradizionalmente uno sport popolare che unisce invece di dividere.
Sì, il ciclismo è fatica e sudore. Chi lo conosce sa cosa significhi, ed è uno sport che va tutelato. Con questa storia però non ne viene bene, diventa un fenomeno da baraccone, mentre da noi c'è
ancora bisogno di fare tanto per ridargli una immagine positiva.
Certo che anche i commenti di Francesco Moser e del presidente della Federazione Renato Di Rocco non aiutano.
Ognuno è libero di pronunciarsi, perché bisogna rispettare le idee degli altri. Io ragiono ancora da corridore e in quanto tale penso che di tutto abbiamo bisogno, meno che di aprire uno scontro
del genere. Non so se da parte di chi ha promosso la gara o di chi l'ha contestata c'erano altri interessi e altri obbiettivi, non posso giudicare, per me ci vanno solo di mezzo i corridori e si
fa ulteriore danno al ciclismo.
In quanto rappresentante sindacale dei corridori non ha avuto modo di intervenire prima che la gara iniziasse?
Per nulla. Il nostro ruolo è marginale, noi cerchiamo di tutelare gli interessi del corridore interagendo con l'Uci (Unione ciclistica internazionale) ma spesso ci ritroviamo di fronte a
compromessi e in situazioni diverse da paese a paese. Poi questa gara è stata decisa in un mese e mezzo, non mi hanno neanche interpellato. Sono le squadre a decidere per gli atleti e una volta
che la federazione ha incluso la corsa nel suo calendario il nostro intervento è nullo.
Si preannunciano altre contestazioni nelle prossime due tappe, cosa ne pensa?
Onestamente spero che non sorgano altri problemi, altrimenti si continuerà a parlare solo e soltanto del Giro della Padania. I manifestanti hanno detto chiaramente che questa corsa non la
vogliono. Che se ne discuta presto, a "bocce ferme", per evitare di ritrovarsi il prossimo anno con gli stessi problemi. Se non cambiano le cose questa corsa non si deve più fare con la
connotazione che si è data, altrimenti a rimetterci sono solo gli atleti che sono lì a fare il proprio lavoro.