Sono il Circolo PRC-FdS di Torri di Quartesolo (VI). Sono nato il 25 settembre 2011, da un gruppo di compagni indignati, che si prefigono di cambiare lo stato delle cose atuali. Il mio scopo è di farmi portavoce delle vertenze dei movimenti cittadini che riguardano il territorio nord-est vicentino, (Quinto Vicentino, Monticello ConteOtto, Longare, Grumolo delle Abadesse, Caldogno, Bolzano Vicentino, Camisano Vicentino). Affronto tematiche in campo ambientale e sociale e faccio mie le lotte per
UNA PIAGA COMUNE. MA IN ITALIA MANCA IL WELFARE
Matteo Alviti, "Liberazione" www.liberazione.it del 9 aprile 2011
Negli ultimi dieci anni il problema della precarietà sul lavoro è esploso. In tutta Europa. Ha iniziato ad aggredire chi nel mondo del lavoro entrava per la prima volta, i giovani. E poi si è
esteso anche a chi giovane non è più. A chi, per esempio, il suo posto di lavoro stabile l'ha perso, magari per la crisi. Negli ultimi tre anni, proprio per il riflesso della crisi finanziaria
sull'occupazione, la situazione è peggiorata drammaticamente.
Una stato di fatto che però non dipende solo dalla contrazione dell'economia, come testimonia uno studio della Commissione europea sull'occupazione nel 2010. Ma è «più che altro il risultato di
riforme della legislazione che tutela l'occupazione. E dell'introduzione della flessibilità, della sostanziale deregolazione dell'uso di contratti temporanei». Da subito sono emersi con evidenza
alcuni evidenti «effetti perversi» nell'uso su larga scala dei contratti temporanei. In particolare «si è creato un doppio mercato del lavoro: uno per dipendenti permanenti, che possono anelare a
una vita di impiego continuo, a una carriera e a una retribuzione in crescita. E un secondo per lavoratori precari, che vivono in una situazione instabile, con alto rischio di ricadere nella
disoccupazione e poche prospettiva di avanzamento nel mondo del lavoro». E tale divaricazione è particolarmente pericolosa perché sempre più spesso i due canali non sono comunicanti. Chi nasce
precario, spesso rimane nel canale della precarietà. Ed è due volte svantaggiato, visto che per lo stesso tipo di lavoro i precari guadagnano in media il 10% in meno di chi ha il posto fisso.
Secondo l'analisi della Commissione europea, l'uso su larga scala di contratti precari, se pure all'inizio porta a un aumento dell'occupazione, sul medio e lungo periodo si è dimostrato
inefficace. Gli effetti sull'impiego tendono a svanire, particolarmente durante i periodi di crisi. La recente recessione europea ha colpito duro soprattutto i giovani (su tutti francesi e
spagnoli, dove il lavoro precario, fino al 2006, era pari al 35% del totale). E tra questi in particolare i meno qualificati e le donne, indipendentemente dalla produttività. In molti stati Ue la
percentuale dei giovani precari specialmente sotto i 25 anni, è altissima. Sopra al 50% in Spagna, Francia, Germania. Al 44% in Italia.
L'unico vantaggio dei precari più giovani è che trovano prima un nuovo posto di lavoro rispetto a chi è più grande. Fino a 34 anni, in media ci vogliono meno di dieci mesi. Oltre si passa dai 15
ai 25 mesi per gli ultra 55enni. Il problema è che in gran parte dei casi il nuovo posto è come il vecchio: precario.
Ma cosa c'è di diverso tra l'Italia e altri paesi, come la Francia e la Germania, per restare nell'Europa continentale? Il fatto che da noi non siano previsti ammortizzatori sociali per la
disoccupazione dei precari o l'inoccupazione, come lo Rsa francese o il sussidio tedesco Arbetislosengeld, percepito da chiunque sia senza lavoro. In Francia l'Rsa c'è dal 2010 e ha sostituito
l'Rmi (reddito minimo di inserimento), che esisteva dal 1988. Ha due funzioni: per chi non lavora è un reddito minimo, per chi invece ha un'occupazione è un complemento al reddito, se sotto la
soglia di povertà. Anche in Germania l'Arbeitslosengeld II svolge una funzione molto simile, garantendo una sussistenza minima a chi non è occupato o guadagna cifre sotto la soglia di
povertà.
Così mentre nel nordeuropa, in Francia, Olanda e Gran Bretagna, il tasso dei giovani che rimangono con mamma e papà è poco superiore al 20%, in Italia siamo al 73%. E non è una questione
culturale. Gli studi hanno dimostrato una dipendenza diretta tra le condizioni del mercato del lavoro, le carenze nel welfare per i giovani disoccupati e l'emancipazione dalla famiglia.