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Sono il Circolo PRC-FdS di Torri di Quartesolo (VI). Sono nato il 25 settembre 2011, da un gruppo di compagni indignati, che si prefigono di cambiare lo stato delle cose atuali. Il mio scopo è di farmi portavoce delle vertenze dei movimenti cittadini che riguardano il territorio nord-est vicentino, (Quinto Vicentino, Monticello ConteOtto, Longare, Grumolo delle Abadesse, Caldogno, Bolzano Vicentino, Camisano Vicentino). Affronto tematiche in campo ambientale e sociale e faccio mie le lotte per

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Dossier Acli: 356 euro al giorno: la differenza tra un dirigente e un operaio.

Stefano Galieni, www.liberazione.it


La cifra è di quelle che dovrebbe far indignare. In un giorno di lavoro, la differenza di stipendio medio di un dirigente - non ci si riferisce quindi ai grandi manager - e un operaio è di 356 euro. Una disparità assurda, resa nota ieri dalla 44° edizione di un seminario di studi organizzato dalle Acli a Castel Gandolfo - in provincia di Roma - e dal titolo "Il lavoro scomposto". In sintesi la retribuzione media giornaliera di un lavoratore (in regola) è di 82 euro (fonte Istat-Inps 2010); un dirigente guadagna 340 euro in più, praticamente in un ora una retribuzione giornaliera; un quadro 111 euro in più della media, un impiegato 6 euro. L'operaio prende invece 16 euro in meno, un apprendista addirittura 31 euro. Micidiale poi il raffronto di genere: una donna riceve, rispetto ad un uomo, giornalmente 27 euro in meno.
Ma il rapporto Acli prende lo spunto dalle condizioni ufficiali di lavoro per ragionare alla radice di riorganizzazione del mondo del lavoro e ponendo il problema di una più equa redistribuzione come di una lotta al precariato e al lavoro nero. Si parla di ritardo storico del sistema produttivo italiano che non può avere come alibi una analisi congiunturale della crisi. Basti pensare che, dati ufficiali, 12 posti di lavoro su 100 sono oggi irregolari, gestiti dall'economia sommersa, (18 al sud e 27 in Calabria, la regione più colpita). Le grandi imprese coprono solo lo 0,1% del tessuto produttivo contro lo 0,5 della Germania. A questo si aggiunga un prospetto demografico fortemente negativo che fa prevedere gravi difficoltà nel ricambio della popolazione attiva. Non a caso le stesse parole d'ordine leghiste tendono a non fare più presa, il lavoro migrante sembra rappresentare la sola soluzione ipotizzabile.
Un lavoro ipersfruttato e una risorsa tenuta, tramite una legislazione che è connessa intimamente al mercato del lavoro, che offre la summa del paradosso. La percentuale di sovra istruzione fra i migranti supera il 42% (19% fra gli autoctoni) a fronte del fatto che il 10% degli stranieri è considerato sotto occupato (costretto a lavorare meno ore di quello che vorrebbero) contro il 4% degli italiani. Di fatto si è stabilizzato un sistema che riserva le nicchie economiche peggiori (lavori più disagiati e meno remunerativi) a persone ad alto livello formativo, che pure hanno le credenziali per aspirare ad un impiego migliore.
L'Iref (Istituto di ricerca delle Acli) ha preso in esame diversi aspetti del mondo del lavoro, evidenziando gli elementi più critici. Diminuisce intanto la percentuale di occupati di "fascia alta", nel 2010 hanno perso lavoro 70 mila persone in posizione dirigenziale, 78 mila professionisti della conoscenza, 110 fra operai specializzati e artigiani. Si è allargata nel frattempo una base occupazionale poco o per nulla specializzata, da questo una non eccessiva crescita in valori assoluti della disoccupazione. E si parla soprattutto di lavori atipici, il 12% (2.700 mila) a tempo parziale e l'11% a tempo determinato o con contratti di collaborazione. Per anni si è ripetuto che tale fenomeno era transitorio e riguardava solo il periodo di ingresso nel mondo del lavoro salvo accorgersi oggi che il 48% degli "atipici" è in un età compresa fra i 30 e i 49 anni e quasi il 13% è oltre i 50 anni. In pratica si sono consolidate due generazioni di lavoratori flessibili e precari, prodotte in 15 anni di ristrutturazione al ribasso del mercato del lavoro.
Raffrontando i dati con il resto dell'Ue, l'Italia fa parte di quel gruppo di paesi in cui i disoccupati di lunga durata (almeno 24 mesi) superano il 45% del totale dei disoccupati, con punte di criticità forti non solo nel Mezzogiorno ma anche nel mitico Nord Est. Drammatica poi la percentuale di coloro che si dichiarano "scoraggiati", ovvero disponibili a lavorare ma sfiduciati rispetto alla possibilità di trovare un impiego. Nel 2010 coloro che si riconoscono in questa condizione sono il 10% degli inoccupati, circa 1,5 milioni di persone (la media europea è del 4%) e in gran parte si concentrano nel meridione. E se negli altri paesi si investe nella ricerca e nello sviluppo, in Italia sono circa 105 mila, nel settore privato, gli addetti a tale scopo nelle imprese (35 mila ricercatori, 41 mila tecnici e 24 mila altri addetti). Il raffronto con altri paesi è sconfortante: in Giappone sono 683 mila, in Germania 341 mila, nella piccola Olanda 99 mila. Resta la capacità di attrarre ancora finanziamenti con il risultato che i risultati della ricerca in Italia vanno a vantaggio dei Paesi concorrenti.
Andrea Olivero, presidente delle Acli, nel presentare questo rapporto denso su cui dovrebbe concentrarsi la agenda politica se si vuole dare una ipotesi di futuro, ha parlato ovviamente anche di manovra chiedendo non solo il ripristino del contributo di solidarietà per i redditi medio alti ma anche la famigerata patrimoniale. Quello che non sa chiedere il Pd.

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