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Sono il Circolo PRC-FdS di Torri di Quartesolo (VI). Sono nato il 25 settembre 2011, da un gruppo di compagni indignati, che si prefigono di cambiare lo stato delle cose atuali. Il mio scopo è di farmi portavoce delle vertenze dei movimenti cittadini che riguardano il territorio nord-est vicentino, (Quinto Vicentino, Monticello ConteOtto, Longare, Grumolo delle Abadesse, Caldogno, Bolzano Vicentino, Camisano Vicentino). Affronto tematiche in campo ambientale e sociale e faccio mie le lotte per

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«Contro la guerra e la precarietà importiamo rivolte»

Checchino Antonini, Liberazione 26 marzo 2011


Maurizio Landini lo sa che non sarà «la spallata» lo sciopero generale del 6 maggio ma è un passaggio cruciale: deve puntare a una critica del modello di sviluppo e deve «esplicitare l'obiettivo di cambiare il quadro politico». Mai come ora c'è una concentrazione del potere decisionale nelle mani private delle multinazionali e, ormai la maggioranza dei lavoratori sta dentro la logica degli accordi separati. O di nessun accordo e di nessun contratto nazionale. La connessione tra emergenza democratica e condizione del lavoro non può essere esplicitata più precisamente. Il leader della Fiom parla a un'assemblea di studenti e precari che riempiono l'aula più grande di Lettere alla Sapienza. "Uniti per lo sciopero generale", si chiama l'evento ed è un'altra tappa di quel percorso che, all'indomani del 16 ottobre dei metalmeccanici e fino al meeting di Marghera s'è prefisso di stabilire connessioni tra i conflitti e le resistenze. Così com'è, per tempistica e modalità, la fermata di quattr'ore che la Cgil ci ha impiegato sei mesi per indire, rischia di non essere adeguata. Ma è comunque un risultato delle lotte dell'autunno, di tute blu e mondo della conoscenza, soprattutto, che perciò hanno deciso di mettere i piedi nel piatto avviando un percorso partecipato che attraversi la manifestazione di oggi per i Sì su acqua e nucleare, la mobilitazione contro la guerra (ad aprire l'assemblea è stato Gino Strada), il 9 aprile dei precari.
Per "Uniti per lo sciopero" misurarsi con quella scadenza significa estendere lo sciopero, svuotare i luoghi di lavoro, dare una mano a quelle categorie che lo hanno già portato a otto ore, praticare esperienze di generalizzazione. Insomma, «non limitarsi al fiancheggiamento di Corso Italia», spiega Giorgio Cremaschi immaginando un protagonismo di tutti i soggetti e una piattaforma dirompente e unificante (tagli alle spese militari e ai finanziamenti alle scuole private, riduzione dell'orario di lavoro e nuovo welfare).
Come dire che ci vorrebbe uno sciopero di 24 ore - definizione di Andrea Alzetta di Action - che apra uno «spazio vero» alla politica e non alla sua rappresentazione. Ribaltando la retorica bellicista, il nordestino Luca Casarini, suggerisce di «importare» le rivolte ossia lo «spirito di Piazza Tahir». E, per schivare rischi di ritualità, è lui a dare alcune indicazioni utili per la mozione finale dell'assemblea: lavorare nella cornice di assemblee territoriali per organizzare il blocco di merci e vie di comunicazione e iniziare da subito a capire come aggredire la guerra. Ad esempio muovendo dalla questione migranti. «Siamo disposti ad accogliere chi fugge dalla guerra», aveva detto Roberto Iovino della Rete della Conoscenza riconoscendo negli scenari di crisi e guerra le profezie (anzi le analisi) formulate a Genova nel 2001. Prima di lui, un collegamento video da Lampedusa aveva mostrato un esempio di questa pratica. C'è da scommettere che i nodi della rete che ha dato vita all'assemblea si ritrovi in qualche frontiera o sotto qualche muro di Cie magari in carovana verso la Libia passando per la Tunisia.
Molti interventi hanno ripreso gli spunti sul «crollo del modello di sviluppo» (Moni Ovadia) e sull'«accelerazione brutale della crisi dovuta all'alleanza tra multinazionali del grano e del petrolio per cui - secondo Giuseppe De Marzo di Rigas - non siamo nemmeno più in un quadro di democrazia degenerata». Significa che l'alternanza non basta. «Ma noi siamo la maggioranza della società - incalza Marco Bersani, tra i promotori del corteo di oggi e del Forum dei movimenti dell'acqua - e i referendum serviranno a sanzionare per la prima volta le politiche liberiste». L'esortazione è a immaginare gli scenari che si aprirebbero con la vittoria dei Sì. Ad esempio che «dieci anni dopo Genova ha vinto». Bersani, però, avverte che «anche il metodo costruisce l'altro mondo» e, rivolto a Gino Strada chiede che il percorso della mobilitazione contro la guerra non muova per stimoli calati dall'alto. Purtroppo Strada è già andato via da un pezzo.
Nell'aula, tra gli altri si riconoscono pezzi di lavoro di Rifondazione, dei Gc e della Fds (c'è il nuovo portavoce, fresco di elezione, Massimo Rossi). «Siamo dentro questo percorso perché ne riconosciamo gli elementi reali di connessione - dice a Liberazione Roberta Fantozzi, della segreteria del Prc - di risposta all'irresponsabilità di chi impone la guerra, il nucleare, le privatizzazioni e l'erosione dei diritti». Aggiunge Eleonora Forenza, responsabile Conoscenza di Rifondazione: «Dopo il voto del parlamento è importante che tutti i soggetti siano consapevoli che tutto dipende dalla capacità di generare conflitto: a partire dal no alla guerra, senza se e senza ma, intendiamo costruire la generalizzazione dello sciopero e la radice di una nuova opposizione politica».

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