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Mauro Tosi*
La recente conferma della condanna del sindaco di Verona Flavio Tosi per "incitamento all'odio razziale", condanna definitiva e pesante anche se non applicabile, ci ridà l'occasione per
aggiornare la nostra analisi su questo partito e sulla politica nel nord-est.
Non tanto e non solo perché questa è stata l'occasione per l'ennesimo attacco alla magistratura con la rivendicazione totale dell'azione svolta («Lo rifaremmo mille volte»), ma perché
nelle dichiarazioni di Flavio Tosi, cioè del politico che nelle Lega Veneta oggi ha maggior peso, sta la sostanza della progettualità della Lega, la sua prospettiva vincente. Quando il
sindaco di Verona rivendica il suo razzismo, la sostanza xenofoba della sua amministrazione, lo fa consapevole di proporre non solo un modello culturale, ma di fare una proposta di
società. E' la società differenziata, dei diritti diversificati, dell'esclusione degli ultimi per difendere i "privilegi" dei penultimi.
Da tempo abbiamo condotto un confronto con il partito nazionale per spiegare la pericolosità del fenomeno Lega, la sua capacità di rispondere in senso reazionario alle contraddizioni
indotte dalla mondializzazione neoliberista, la "modernità" del suo progetto sociale e istituzionale. Abbiamo posto la "questione settentrionale" come elemento di ricerca e di riflessione
a tutto il partito. Quando la Lega si candida a governare le tre regioni del nord che rappresentano il 50 per cento della produzione industriale del Paese (Veneto, Lombardia e Piemonte)
lo fa con piena consapevolezza e con una credibilità diffusa.
I dati delle ultime elezioni, in particolare delle amministrative, ci confermano la pericolosa centralità del fenomeno Lega e ci mettono di fronte all'esigenza di studiarne le modalità di
iniziativa e di radicamento per poterne contrastare il progetto politico.
Il modello di società che prospetta la Lega è già pratica corrente in molti dei comuni in cui la Lega amministra ormai da anni: al populismo sciovinista, l'orgoglio dell'identità e del
sangue si affianca l'amministrazione concreta, la semplicità dei messaggi e del linguaggio, l'antipolitica come orgogliosa diversità dai partiti tradizionali lontani dai bisogni popolari,
la capacità di segnalare il nemico nel migrante, nell'islamico, e di promuovere feroci campagne di esclusione del diverso.
La società differenziata viene sancita da leggi, regolamenti attuativi, graduatorie e punteggi da cui viene escluso chi non ha residenza e cittadinanza e che destina i lavoratori migranti
e le loro famiglie non tanto e non solo all'espulsione ma all'abisso della clandestinità e del lavoro nero.
La vocazione al potere della Lega si esprime con la capacità di rapportarsi con successo ai poteri forti e in primo luogo alla gerarchia cattolica. Mentre personaggi di spicco della Lega,
come Borghezio, fanno pubblicamente riferimento al ripristino del cattolicesimo tradizionale e alle tendenze Lefebriane, il consenso e il peso elettorale passano attraverso elargizioni di
contributi e l'accettazione delle strutture della chiesa (scuole, ospedali, patronati…) come parte privilegiata dello stato sociale. Così, il riconoscimento delle parrocchie e delle
scuole private cattoliche come unico bastione per l'educazione dei giovani e il messaggio esplicito che pone la famiglia tradizionale (basata sul matrimonio religioso) a perno della
società.
Ma tutto questo non è sufficiente a spiegare consenso e radicamento, la sintonia con gli strati popolari, se non si prendono in considerazione le motivazioni del legame affettivo e di
totale identità che la Lega costruisce con la sua gente.
La Lega raccoglie i voti della gente comune perché i suoi dirigenti, non solo negli atteggiamenti esteriori, sono del popolo e viene vissuta come un partito serio dove non ci sono
frazioni e correnti. Nessun partito, neanche il Pci degli anni dell'opposizione, ha mai avuto, nei propri eletti, una componente proletaria così importante; migliaia di amministratori,
espressione delle realtà territoriali, e portatori delle condizioni immediate e materiali del vivere quotidiano. La stessa struttura piramidale, a centralismo assoluto, poi mitigata da
un'attenta distribuzioni di ruoli e prebende, permette questa immagine di una Lega disciplinata e compatta in cui prevalgono sempre le scelte collettive.
La Lega non resterà una forza politica regionale, lavora per assumere un ruolo nazionale. Più attenzione dovremmo dare alla percentuale di voti che, alle ultime amministrative, ha fatto
registrare in tutto il centro. Del resto, nella suddivisione che la Lega fa del territorio nazionale, la "Padania" dovrebbe comprendere oltre alle storiche regioni del bacino del Po la
Liguria, la Toscana, le Marche e la stessa Umbria.
Il progetto della società differenziata, della comunità etnica, gocciola quindi dalle regioni del Nord, varca il Po e si presenta come alternativa credibile agli stessi modelli inclusivi
delle "regioni rosse". L'abbandono come perno della propria identità antimeridionale in favore della più facile e spendibile polemica contro i migranti è uno degli assi di questa nuova
vocazione.
Se vogliamo battere la Lega e il suo progetto politico e competere con la destra per la costruzione di un rinnovato rapporto con il mondo del lavoro non ci basterà la ripresa del rapporto
fisico (da ricostruire comunque), né una maggiore radicalità e capacità di conflitto. In tutto il Nord ci si misura sulla capacità di proporre e di praticare un modello di alternativa di
società, che sia credibile perché specchio di una modalità di costruire il conflitto e di rappresentarlo.
*segretario federazione Treviso
Liberazione 19/07/2009
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Batteremo la Lega rispondendo alle domande viscerali del Nord
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Paolo Cacciari
Sono del tutto d'accordo con quanto scritto da Mauro Tosi (domenica 19 luglio). Del resto basterebbe rileggersi gli atti del seminario di Montecchio del lontano luglio 1996
(Revelli, Biorcio, Ferrero, Bertinotti…) per rendersi conto che non sono le analisi ciò che ci è mancato. E nemmeno la capicità di individuare cosa dover fare. Prendiamo
l'intervento di Paolo Ferrero (Seminario su Nord-Est, Villa Contarini, Vicenza, supplemento al bollettino dell'Arc, l'Agenzia regionale comunista) che individuava «tre terreni di
lavoro». Primo, «fare attraverso il fisco un'operazione di riunificazione degli strati sociali deboli autonomi e dipendenti (…) per superare divisioni fittizie tra soggetti che
sono in realtà molto simili, anche se giuridicamente diversi dal punto di vista del rapporto di lavoro». Secondo: «lavorare sulla comunità locale come terreno su cui costruire un
livello di coscienza all'altezza dello scontro»; come avvenne all'inizio del ‘900, la capacità di aggregazione delle categorie «si sposta a livello territoriale». La stessa difesa
del welfare andrebbe intrecciata con la costruzione di «una gestione pubblica e collettiva, mutualistica, degli spazi che non riusciamo a mantenere all'interno del welfare, per
impedire che la riproduzione sociale sia gestita tutta privatisticamente». Terzo: «agire globalmente», che significa: raccordo internazionale delle vertente e delle lotte e «usare
anche forme di lotta estranee alla tradizione del movimento operaio (..) non solo dal versante della produzione, ma anche del consumo».
A questi tre ordini di iniziativa se ne potrebbero aggiungere almeno altri tre: l'accoglienza dei migranti, che nel frattempo hanno superato il 10% della forza lavorativa del
Nord; la difesa della qualità di tutte le matrici ambientali, paesaggio compreso; la modifica degli assetti istituzionali nazionali europei e planetari, cioè le regole del gioco
della solidarietà tra stati, regioni, comunità locali.
Sul numero di Carta in edicola questa settimana c'è una inchiesta dal titolo: "E' possibile sconfiggere la Lega?". Sì, se sapremo rispondere in modo intelligente e coerente alle
domande che vengono dalle viscere della società nel nord. I movimenti migratori si possono pianificare in un mondo governato dal motto «fare più soldi possibile nel tempo più
breve dove meglio conviene»?
Il valore del lavoro "autoctono" è difendibile in un mondo deregolamentato, privo di clausole sociali e ambientali internazionali e di tutele salariali minime o di un reddito
minimo di esistenza? La "inclusione" dei migranti è realizzabile in assenza di una chiara griglia di diritti, a cominciare da quelli alla partecipazione alla vita politica e alla
libertà di religione e culturale? L'autogoverno del territorio è raggiungibile dentro la morsa dei patti finanziari del Tesoro e della Banca Europea? La salvaguardia delle
identità locali è conciliabile con la deregolamentazione urbanistica?
Proviamo a compilare una lista delle questioni che angosciano le popolazioni e proviamo a dare le nostre risposte. Ne verrà fuori quella "idea di società" che Mauro giustamente
chiede e soprattutto potrebbe uscire un progetto di lavoro sul campo, di iniziative concrete da svolgere nei Circoli, nelle Camere del lavoro, nelle associazioni ricreative e
culturali.
Liberazione 28/07/2009, p. 8
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