Overblog
Edit post Segui questo blog Administration + Create my blog
7 maggio 2013 2 07 /05 /maggio /2013 19:52

Cittadinanza, più difficile ottenerla in Italia che negli altri paesi

cittadinanza
Perché se nasci in Italia, figlio di cittadini stranieri, ottenere la cittadinanza Italiana è più difficile che vincere all’Superenalotto? La neo ministra dell’integrazione Cécile Kyenge ha giustamente sollevato la questione, scatenando polemiche e odio xenofobo da parte di esponenti del Pdl e della Lega.
Analizzando le differenze in materia normativa nei vari stati, sorprendentemente, emerge come anche tra l’Italia e paesi Ue non ci sia un approccio univoco alla naturalizzazione.
I criteri generali per ottenere la cittadinanza si basano: sul diritto di sangue (Ius sanguinis), qualora il genitore, in molti casi solo il padre, sia in possesso del diritto di cittadinanza; sul diritto del suolo (Ius soli), qualora si sia nati sul suolo dello stato; per aver contratto matrimonio con un cittadino in possesso del diritto di cittadinanza.
Ogni paese adotta al riguardo criteri più o meno permissivi e più o meno semplici per l’acquisizione della cittadinanza. L’Italia, nella sfera europea, è tra le meno indulgenti e tra le più complicate per il suo ottenimento, ma anche il resto dell’Europa non è uniformemente normata né sempre tollerante.
Attualmente, tra i 27 stati membri europei, solo la Francia ammette lo “Ius soli”, già dal 1915. Ogni bambino, nato da genitori stranieri, acquisisce la cittadinanza appena compiuta la maggiore età, a patto che dagli 11 anni abbia avuto residenza abituale nel Paese per un periodo - continuo o discontinuo - di almeno cinque anni. Inoltre, grazie agli ultimi aggiornamenti della legge, la richiesta di cittadinanza può essere anticipata a 16 anni dagli interessati o addirittura a 13, attraverso la domanda dei genitori.
Nel caso di genitori stranieri naturalizzati francesi, o quando almeno uno dei genitori sia nato in Francia, per i figli, vale pienamente lo “Ius soli”,.
In Italia, per i figli di stranieri nati nel paese, vale lo “Ius soli” dal compimento del 18esimo anno di età, a meno che i loro genitori non siano apolidi o ignoti. Gli interessati hanno tempo un anno per farne richiesta, altrimenti il diritto decade. Oltre a ciò devono dimostrare di aver risieduto continuativamente, fino al 18esimo anno nel Paese. La norma è talmente stringente da essere inaccettabile perché difficilmente applicabile. Le domande sono facilmente respinte anche per pochi mesi di permanenza trascorsi all’estero come nel caso di un viaggio o di un Erasmus per motivi di studio.
Più restrittive di quelle francesi, ma meno di quelle Italiane sono le norme tedesche.
Dal 2000, una legge del governo di Gerhard Schröder concesse lo “Ius soli”, agli stranieri, col solo obbligo di richiedere la cittadinanza entro i 23 anni di età e avere almeno un genitore residente in Germania da almeno otto anni, dotato di permesso di soggiorno permanente da almeno altri tre. Salvo poi, con il governo Merkel, l’applicazione di una riforma al testo che obbliga le seconde e terze generazioni a scegliere, tra i 18 e i 23 anni, la cittadinanza tedesca o quella d'origine senza la possibilità di mantenerle entrambe.
Questa normativa stringente ha generato irritazione tra la vasta comunità turco-tedesca che l’ha considerata una costrizione.
Spagna, Austria, Danimarca, Paesi Bassi e numerosi Stati dell'Est, non accettano la doppia cittadinanza.
La Spagna concede il passaporto iberico ai nati da genitori stranieri quando diventano maggiorenni, a patto che abbiano alle spalle 10 anni di soggiorno regolare.
Madrid agevola solo gli immigrati di origine ispanica o dell'ex colonia delle Filippine, ai quali bastano due anni di residenza per ottenere la cittadinanza.
L'Olanda, dal 2003, consente agli immigrati di seconda generazione, che risiedono legalmente nel Paese da almeno 4 anni, di chiedere e ottenere il riconoscimento attraverso una semplice domanda.
A limitare gli ingressi concorrono anche altri vincoli come quelli linguistici e di reddito. Ad innalzare simili barriere sono stati, negli ultimi 15 anni, ben 16 paesi comunitari. L’Italia oltre ad aver introdotto test linguistici ha anche aumentato i costi amministrativi dei permessi di soggiorno.
La speranza che si giunga a una unificazione delle normative europee in materia di cittadinanza appare assai remota perché i singoli paesi continuano ad imporre la propria sovranità nazionale spesso per sudditanza alle pressioni della politica nazionale. La cittadinanza europea esiste dal 1992, ma non è riuscita a subordinare l’applicazione delle leggi nazionali.
Negli Stati Uniti una persona diventa automaticamente cittadino statunitense grazie allo “Ius soli” o se nasce in un paese straniero ma ha uno o entrambi i genitori con cittadinanza statunitense. La legge statunitense ammette la doppia cittadinanza, anche se questa è regolata attraverso accordi di reciproco riconoscimento tra stati.
Solo recentemente, anche negli Usa, si discute se modificare lo “Ius soli” con lo “Ius sanguinis” che è invece prevalente in Europa e in Asia, in modo da arginare i continui flussi migratori e i tentativi di donne incinte di partorire sul territorio.
Negli ultimi 20 anni il concetto di cittadinanza si è modificando anche grazie alla globalizzazione. Molti dei cosiddetti migranti transnazionali, pur scegliendo di vivere in un altro paese, continuano a mantenere rapporti stretti col proprio stato d’origine, ma ciò non dovrebbe impedire che le loro possibilità di partecipare alla vita civile, come esprime il proprio voto politico, sia sottoposto a limitazioni.

Paolo Carotenuto da www.liberazione.it

Condividi post
Repost0

commenti